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Nelle nostre periferie accanto ai vecchi nuclei di abitanti che ancora mantengono vivo il loro senso di appartenenza ad un luogo, si trovano spesso capannoni vuoti o semi utilizzati, edifici residenziali vecchi di oltre cinquant’anni in fase di degrado e strutture da tempo abbandonate. Questo mosaico di decadimento fisico, sociale ed esistenziale, si risolve con un approccio alla progettazione, che comprenda il contributo attivo della popolazione che ci vive o che andrà a viverci.

Le periferie rappresentano il luogo, non-luogo, residuo di una non-pianificazione del territorio che ha sempre privilegiato gli interessi speculativi all’equilibrio urbanistico della città.

Anche a Verona, nel secondo dopoguerra, si registrò il bisogno di case, dovuto sia alle distruzioni belliche, sia all’inurbamento della popolazione che proveniva dalle aree agricole esterne alla città. L’espansione urbana si realizzò in modo disordinato, ampliando le aree edificate e consumando suolo agricolo. Si è trattato di uno sviluppo a macchia d’olio. Attorno al centro storico, le zone agricole si trasformarono in aree edificabili, secondo un piano di espansione urbanistica che rispondeva soprattutto alle esigenze della speculazione edilizia e finalizzato ad innescare un processo di cambio di destinazione d’uso delle aree da rurali in edificabili, con il conseguente aumento del loro valore economico.

Sinteticamente la storia della formazione della Verona moderna potrebbe essere spiegata con queste brevi frasi; ma il fenomeno è stato più complesso e ha prodotto risultati contrastanti. Attualmente le questioni da porsi sono: quale ruolo occupano ora il centro storico e la periferia? La loro funzione attuale è la stessa degli anni ’60 e ’70? Quali opportunità offrono le grandi aree dismesse all’esterno delle zone centrali?

Il centro storico da area polifunzionale composta da abitazioni, uffici, negozi e servizi si è trasformato in una grande zona commerciale, con una ridotta popolazione anziana e con gli uffici e i servizi portati all’esterno. La periferia ha perduto la propria identità e gli abitanti hanno smarrito parte del loro senso di appartenenza ad una comunità, elementi che avevano caratterizzato i primi interventi di edilizia popolare.

Si rende quindi necessario approfondire l’analisi sulle opportunità che le aree dismesse e gli edifici strutturalmente fatiscenti, e quindi oggetto di una profonda ristrutturazione, offrono per la riqualificazione del territorio. Le aree periferiche, e tra queste comprendo anche alcuni rioni del centro storico, offrono la possibilità di progettare delle porzioni di città che non siano destinate a soddisfare gli interessi della speculazione immobiliare, ma quelli delle comunità che ci vivono. Sono contesti territoriali che oltre ad ospitare i vecchi originari abitanti, accolgono i cittadini italiani e stranieri appartenenti alle classi sociali più povere.

Accanto ad una corretta pianificazione urbanistica è necessario determinare le fragilità e le opportunità che definiscono questi contesti, valutandone gli aspetti sociali, culturali ed economici. L’alternativa è abbandonare queste zone al degrado sociale e fisico, in attesa di uno sgombero degli abitanti per poi insistere drasticamente con interventi di edilizia pregiata, tali da permettere una rivalutazione economica dei nuovi edifici e di quelli ristrutturati. Meccanismo già attuato nei decenni precedenti, che ha prodotto grossi guadagni economici per pochi e causato l’abbandono di gran parte della comunità che li abitava, con la conseguente perdita dell’identità dei luoghi.

Per capire la formazione delle periferie, l’assetto che Verona ha maturato dal secondo dopoguerra ad oggi e la conseguente diversificazione dell’identità, del valore e della funzione delle varie zone, è necessario tornare agli anni della ricostruzione post bellica. Negli anni ’50, il vecchio paesaggio agrario nelle zone esterne al centro storico iniziò a subire l’insediamento di gruppi di condomini, spesso di edilizia pubblica e/o convenzionata, e di capannoni industriali e artigianali che, isolati nella campagna, fungevano quali testa di ponte per una futura cementificazione del territorio circostante, del tutto privo di servizi.

Uno dei motivi dello sviluppo disordinato della città, che tanti problemi provocherà negli anni a seguire, fu il Piano delle Zone per l’Edilizia Economico Popolare (PEEP) del 1965. Distribuendo 15 zone “167”, per un totale di complessivi 39.581 abitanti, furono dislocati tanti piccoli insediamenti, in parte nelle frazioni della cintura esterna ed in parte tra il centro storico ed i nuclei residenziali periferici, tutti, comunque, in aree agricole.

Spesso gli interventi di edilizia pubblica, con conseguente urbanizzazione, servirono ad innescare un processo di edificazione delle zone rurali da parte delle lottizzazioni private, che sfruttavano le opere di urbanizzazione pubbliche come testa di ponte. Tutto ciò contribuì a rinchiudere il centro storico in cerchi concentrici di tessuto urbano. La periferia nacque in questo modo: insediamenti abitativi e/o produttivi collocati in zone agricole, senza servizi e con infrastrutture urbanistiche carenti.

Con il tempo le aree residenziali, fornite di qualche spazio adibito a servizi, assunsero una loro identità sociale e si trasformarono in porzioni di città. Diversa fu la sorte delle aree interessate dagli insediamenti produttivi che, una volta terminata la convenienza economica ad essere utilizzati, si trasformarono in zone abbandonate e rifugi per disperati.

Nella Verona degli anni ’50, le famiglie della borghesia cittadina abbandonarono il fatiscente centro storico e si spostarono nel nuovo quartiere che stava nascendo oltre Ponte Garibaldi e Ponte della Vittoria dove, in corrispondenza e spesso al posto delle villette liberty, si stavano edificando i primi condomini. Le nuove urbanizzazioni si concentrarono lungo l’arteria che proseguiva la direzione di ponte della Vittoria: via IV Novembre. Esaurite le aree attorno a quella direttrice, si iniziò ad urbanizzare la zona di Ponte Catena.

Con la costruzione del nuovo e moderno Quartiere Trento, alcune zone storiche del centro divennero marginali, periferiche. Ai vecchi fabbricati non fu più fatta la corretta manutenzione e il patrimonio edilizio di interi rioni cadde in una situazione di estrema fatiscenza. Il degrado fisico causò, da un lato l’abbandono di interi edifici, dall’altro la permanenza in quelle zone solamente delle componenti sociali più povere.

Poi, negli anni ’70, si assistette ad un doppio fenomeno di speculazione: dapprima furono costruiti nuovi edifici oltre le frange più esterne del tessuto urbanizzato della città, per ospitare gli abitanti meno abbienti, espulsi dai rioni fatiscenti del centro storico; quindi, fu compiuta la ristrutturazione dei vecchi edifici e la loro occupazione da parte di una classe sociale più ricca e/o di attività direzionali e terziarie. Con questa operazione venne consolidata la struttura monocentrica della città, con il centro storico che ospitava la maggior parte dei servizi, mentre l’espansione delle nuove edificazioni era sempre più esterna e priva dei servizi adeguati. La Variante Generale al PRG del 1975, consolidò questo disegno, potenziando una forte funzione direzionale al centro storico, assieme ad un energico processo di terziarizzazione.

La pianificazione edilizia è ed è stata il prodotto del rapporto tra la politica e gli affari. Proprio da tale relazione, negli ultimi anni si sono progettati agglomerati con zone monofunzionali per il commercio, e/o il direzionale, concentrati in zone specifiche per aumentarne il valore immobiliare.

Intorno alla metà degli anni ’60, in alcune città italiane ci furono vari tentativi di attuare i concetti su cui si basavano alcune tendenze urbanistiche novecentesche, che indicavano nella costruzione di nuovi e moderni complessi in periferia, la soluzione ideale per l’inserimento sostenibile delle classi sociali meno abbienti nel tessuto urbano cittadino. In realtà non fu così.

Esempi come: il Gallaratese (architetti Aymonino, Rossi) a Milano; lo Zen (architetto Gregotti) a Palermo; il Corviale (architetti Fiorentino, Gorio, Lugli, Sterbini e Valori) a Roma, o le Vele di Scampia a Napoli (architetto Di Salvo); purtroppo realizzati solo nella parte relativa alla residenza, ma non conclusi, come da progetti originali, con i previsti servizi collettivi e un adeguato inserimento urbanistico, hanno dato risultati socialmente sconcertanti. Hanno anche dimostrato come sia difficile, se non impossibile, poter controllare, con i soli strumenti dell’urbanistica e dell’architettura, i modelli urbani di crescita. La carenza della manutenzione dei fabbricati stessi, l’abusivismo e la microcriminalità, hanno contribuito a confermare il concetto di periferia come luogo in cui si sviluppa il disagio sociale e l’emarginazione.

Il fallimento di questi, come di altri progetti in scala minore, che tendevano a realizzare complessi residenziali autosufficienti, provvisti di strutture educativo/didattiche, di spazi sociali comuni, di nursery e di altri servizi ancora, ha provocato: da una parte la casuale e disordinata distribuzione di edifici individuali e di piccoli capannoni produttivi che, senza un vero piano organico che regolasse lo sviluppo del territorio, ha prodotto una anonima costellazione edilizia che appesta la pulizia del paesaggio agricolo; dall’altro, la fine del senso di appartenenza ad una comunità, che aveva caratterizzato i primi grandi interventi di edilizia economica popolare negli anni ‘50 e ’60.

La questione principale che riguarda la progettazione e la gestione del territorio non si risolve con i soli strumenti tecnici, ma è necessario intervenire con leggi adeguate relative al regime dei suoli. In Italia, l’uso del territorio non è mai stato finalizzato a scopi sociali, ma speculativi. Le scelte di come usare il territorio non derivano da analisi e studi scientifici, ma sono il prodotto di due fattori: il fattore economico o meglio degli affari, che rapportandosi con quello politico-amministrativo, fornisce il modello di sviluppo urbanistico da seguire. Risulta evidente che l’obiettivo finale non è la realizzazione di un habitat ideale per i cittadini, ma quello di realizzare il massimo profitto economico dal mercato fondiario. Il risultato di un tale modo di intervenire sul territorio si può sintetizzare in tre semplici vocaboli: consumo, spreco e degrado.

Nell’attuale pianificazione territoriale si pone urgente la questione delle periferie. Nei processi di pianificazioni andrebbero subito considerate le aree dismesse da riqualificare, i vuoti urbani da tutelare, le zone edificate e non da destinare a funzioni collettive ed anche gli edifici fatiscenti ed inutili da demolire. Scelte che dovrebbero scaturire da analisi complessive del territorio e non limitate a ridotti contesti urbani. Andrebbero ricercate le varietà di funzioni, di spazi, di volumi e di tempi diversi di vita urbana. Solo così da un anonima e grigio contesto urbano degradato si potrà ricavare una porzione vitale di città come luogo in cui si vive e si relaziona.

In conclusione, nelle nostre periferie, accanto ai vecchi nuclei di abitanti che ancora mantengono vivo il loro senso di appartenenza ad un luogo, si trovano spesso capannoni vuoti o semi utilizzati, edifici residenziali vecchi di oltre cinquant’anni, in fase di degrado, e strutture che da tempo sono state abbandonate. Questo mosaico di decadimento fisico, sociale ed esistenziale, si risolve con un approccio alla progettazione, che comprenda il contributo attivo della popolazione che ci vive o che andrà a viverci. Solo con un metodo di pianificazione urbanistica partecipata dai cittadini, sarà possibile evitare che la riqualificazione delle periferie diventi l’ennesima occasione per soddisfare gli appetiti della speculazione.

E’ tempo che la programmazione territoriale esca dai ristretti confini degli uffici dei politici e degli speculatori, per permettere la partecipazione degli abitanti alle scelte urbanistiche per la loro città. Le aree periferiche degradate dovranno trasformarsi in porzioni di città polifunzionali e non in aree monofunzionali che deteriorano le caratteristiche della vita urbana. Va evitata la destinazione esclusiva e distinta di un contesto urbano, come sta avvenendo per la ZAI, ridotta ad un grande e distribuito insieme di centri commerciali. Il pericolo è quello di non ritrovare una propria identità specifica e di ridurre l’intera zona ad una grigia anonimia.

Giorgio Massignan
VeronaPolis

In alto la foto di Flavio Castellani per la mostra Periferika
Leggi anche Periferika, le nostre periferie in una mostra fotografica

Giorgio Massignan

L'autore: Giorgio Massignan

Giorgio Massignan, nato il 21 maggio 1952 a Verona. Residente a Verona, laureato in architettura e urbanistica presso lo IUAV di Venezia nel 1977. Autore di studi sulla pianificazione territoriale in Italia e in altri paesi europei ed extraeuropei. Autore di quattro romanzi a tema ambientale e di un libro sui meccanismi di gestione del territorio a Verona dal 1948 ad oggi. Già presidente della sezione veronese di Italia Nostra, già segretario regionale del Consiglio regionale di Italia Nostra, attuale delegato regionale alla commissione nazionale di pianificazione di Italia Nostra. Già assessore alla pianificazione del Comune di Verona negli anni 1992-93. Già presidente dell'Ordine degli Architetti di Verona. Attuale responsabile dell'osservatorio territoriale VeronaPolis. giorgio.massignan@massignan.com

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