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Negli ultimi cinquant’anni i comuni della montagna veronese sembrano inseguire modelli di sviluppo economico a scapito del contesto ambientale che li dovrebbe contenere. L’elenco delle brutture e delle occasioni perdute, la coltivazione delle fragole e il lupo, su cui scaricare tutte le colpe e le frustrazioni di un’identità perduta.

Recentemente la Lessinia sembra attraversata da un fervore di iniziative senza precedenti. Sono nati eventi culturali che hanno oramai assunto una rilevanza internazionale come Lessiniafest che porta migliaia di persone ad ascoltare musica nei posti più suggestivi dell’altopiano per non parlare del Filmfestival della Lessinia, un consolidato e ammirevole appuntamento che consente di vedere da tutto il mondo opere inedite legate all’ambiente della montagna . Ma ci sono anche iniziative legate allo sport come la oramai affermata gara ciclistica Lessinialegend e le ottime piste da scii di fondo che non hanno nulla da invidiare alle più note località trentine. Inoltre, per gli amanti delle escursioni in quasi tutti i comuni dell’altopiano sono stati aperti e segnalati molti ottimi sentieri.

Alessandro Anderloni, infaticabile animatore culturale della montagna veronese
Alessandro Anderloni, infaticabile animatore culturale della montagna veronese

Tuttavia, nonostante queste meritorie iniziative culturali, sportive e ricreative sembra che la Lessinia abbia ancora poco richiamo, come è emerso nell’incontro Verona Network del 15 luglio scorso che si è tenuto a Boscochiesanuova tra amministratori locali e numerosi operatori economici della montagna veronese nel tentativo di unire le risorse per valorizzare le eccellenze di questo territorio. A detta del direttore operativo Germano Zanini la Lessinia «ha poca attrazione di pubblico» visto che solo l’1,67% di turisti che scelgono Verona poi decidono di salire in montagna.

Il motivo di questa scarsa attrazione forse viene suggerito dallo stesso pur lodevole convegno, dove si è parlato di tutto tranne di quello che dovrebbe essere l’espressione più qualificante e unica di questo territorio: il paesaggio, che è la ragione del successo di un luogo a vocazione turistica.

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San Giorgio

Edilizia e viabilità. Negli ultimi cinquant’anni i comuni della Lessinia sembrano inseguire modelli di sviluppo economico trascurando il contesto ambientale che li dovrebbe contenere. In generale manca una visione unitaria della montagna veronese e i progetti sembrano svilupparsi più sulle spinte emotive di facili guadagni. Negli anni 60 la grande illusione dello sci alpino ha fatto nascere dal nulla assieme agli impianti di risalita quel non-luogo lunare che è San Giorgio. La febbre edilizia ha trasformato campi e pascoli di paesi come Cerro in una periferia urbana con una densità di costruzioni di mediocre qualità, oggi in parte inutilizzate.

Anche le strutture legate alla viabilità sono state improntate alla frenesia di attirare non tanto le persone amanti della montagna, ma le automobili portandole fino al centro del paese. Paesi che spesso non sono idonei a sopportare il traffico automobilistico, tanto che a Bosco, per uscire dal centro con l’auto, è necessaria una assurda e inquinante gimkana tra le case. Anche i parcheggi realizzati all’esterno dei centri storici sono deprimenti e non invitano alla sosta: per lo più anonime distese di asfalto assolate senza un’idea e senza un albero. Ma perfino nel cuore del Parco della Lessinia nella zona paesaggisticamente più bella, sulla strada che congiunge Bocca di Selva a Malga Lessinia la priorità viene inutilmente data alle automobili private che scoraggiano e infastidiscono così migliaia di escursionisti a piedi, in bici, a cavallo.

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Malga Lessinia

Che dire poi dell’enorme patrimonio di malghe, contrade, stalle e ghiacciaie di fattura straordinaria che non hanno riscontro in nessun’altra parte del territorio alpino. Patrimonio oggi per gran parte in stato di semiabbandono o oggetto di interventi che non rispettano le tipologie costruttive originarie. Un esempio è la sistemazione delle facciate degli edifici che tende a mettere in evidenza gli antichi conci di pietra con assurde stuccature di cemento per non parlare della moda di colorare le case di giallo zolfo, rosso vermiglio, perfino blu elettrico.

Oggi, il tentativo di rifarsi un’immagine spinge paesi come Velo a spendere centinaia di migliaia di euro per rifare la piazza del centro , ma lasciando un’accozzaglia di strutture deturpanti in quella che un tempo era una deliziosa valletta verde a Ovest del paese: area camper, vecchio skilift fatiscente, isola ecologica, campo da tennis coperto in plastica, villette residenziali, il tutto sovrastato dal triste scheletro in cemento armato del nuovo parcheggio.

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, tutto ciò non dipende dalla scarsità di risorse, ma anzi è per la gran parte il frutto di risorse impiegate male. Chiunque attraversi una qualunque nuova area residenziale si può rendere conto della pletora di muretti, recinzioni, cartelli segnaletici, pavimentazioni, mal progettati e mal eseguiti, per lo più inutili, ma pesanti dal lato paesaggistico. A Cerro ci sono strade talmente maltenute che sono diventate pericolose per la pubblica incolumità. Ma all’ingresso di questo paese è stata insediata un’area di sosta per pubblicizzare la contestata Pedemontana Veneta (sic!) con tanto di stalli portabici, tavolo pic-nic, pannelli informativi e altre strutture inutilmente costose e assolutamente inutilizzate dal pubblico.

Coltivazione di fragole
Coltivazione di fragole

Le nuove serre. L’ultima novità che sta pesantemente segnando il paesaggio sono le serre per la coltivazione delle fragole che stanno sorgendo un po’ ovunque. “Fragole della Lessinia” vengono chiamate, ma di lessinico non hanno nulla: non le terribili strutture di acciaio zincato e plastica, non le fragole che sono ibridi provenienti da chissà dove, non la scarsa acqua che deve essere pompata da valle, non il terriccio di coltivazione che è torba nordeuropea. La frutticoltura in Lessinia forse dovrebbe ripartire da quelle che erano le coltivazioni tradizionali che vanno sparendo. Antiche varietà di mele, pere, sorbe, ciliegie che incomprensibilmente vengono lasciate marcire nei campi, mentre si inseguono prodotti che promettono facili guadagni, ma senza alcun rapporto con l’ambiente. I prodotti della Lessinia, il formaggio, le castagne, le ciliegie, il vino, rappresentano un paesaggio tipico e unico. Cosa rappresentano queste fragole e queste serre?

L’arrivo del lupo. L’allevamento del bestiame è l’ attività che storicamente ha contribuito a modellare il paesaggio lessinico a partire dall’eradicazione di vaste are a bosco per creare pascoli per l’allevamento del bestiame e alla costruzione di malghe per la trasformazione del latte. Ma ultimamente la zootecnia in Italia è in crisi sia per il diminuito consumo di carne sia per l’invasione di latte dall’estero che ne ha fatto crollare il prezzo.

In questo contesto in Lessinia è arrivato il lupo, sul quale si sono scaricate le frustrazioni della popolazione che vede nell’indesiderato ospite il capro espiatorio per i numerosi problemi che affliggono l’allevamento di montagna, per un mestiere duro che non vede riconosciuto il suo ruolo nell’economia locale. Così allevatori, politici, e gran parte dei giornalisti hanno fatto causa comune per rifiutare qualsiasi compromesso di convivenza con questo animale. Tuttavia il lupo rappresenta l’effetto e non la causa della crisi della Lessinia. Il progressivo abbandono delle malghe in quota e la disponibilità di facili prede incustodite ha creato le condizioni per l’insediamento di questo predatore e che ciò provochi dei problemi è fuori discussione. Ma come ogni problema, per essere affrontato avrebbe bisogno di una visione complessiva partendo dalla considerazione elementare che l’uomo per vivere ha bisogno della natura, visto che ogni risorsa viene tratta da essa, mentre la natura non ha bisogno dell’uomo. Pretendiamo i pascoli per le mucche, i boschi per il legname, la selvaggina a cui sparare, la neve per sciare. Ma le foreste, i pascoli, la neve e gli animali selvatici formano un paesaggio unitario che non possiamo separare a piacimento senza correre dei seri rischi. Per questo sono nati i parchi: luoghi dove la natura si può riprodurre anche al di la della nostra capacità di comprensione. Società considerate molto meno progredite della nostra hanno ben capito questo concetto e lo stanno mettendo in pratica anche con notevoli vantaggi economici.

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Il Botswana è un moderno stato sudafricano che, con più di 5 milioni di capi tra bovini e caprini, ha tra le sue maggiori risorse l’allevamento del bestiame, ma in un contesto ambientale naturale ben più insidioso di qualche lupo. Qui oltre alle “normali” predazioni di leoni, iene, leopardi, etc , il bestiame è a rischio malattie portate dalla fauna selvatica come bufali e zebre, tanto che hanno dovuto recintare migliaia di km quadrati di territorio e mettere barriere veterinarie sulle strade. Ma i recinti non fermano gli elefanti che vanno dove vogliono a loro piacimento distruggendo tutto quello incontrano. Nonostante ciò il Botswana ha saputo gestire con ottimi risultati la convivenza tra bestiame allevato e animali selvatici: la caccia è proibita, il bracconaggio è ridotto al minimo e il suo patrimonio più prezioso è l’ambiente naturale e il paesaggio tanto che tra le entrate più remunerative del paese figurano i safari fotografici e l’ingresso ai parchi. Tanto remunerative che molti allevamenti di bestiame si sono riconvertiti in parchi faunistici con accesso a pagamento.

Il paesaggio è una grande risorsa creata dai nostri padri che oggi fatichiamo a conservare perché abbiamo perso il rapporto con la natura e l’ambiente. I boschi, i pascoli, l’architettura, gli animali in Lessinia sono elementi che ci parlano di un paesaggio sostanzialmente sano che avrebbe bisogno di essere capito nella sua indivisibilità per rivalutare al meglio la sua potenza. Avrebbe bisogno di nuove idee, ma anche di umiltà di imparare da chi vive quotidianamente questi problemi anche al di fuori del nostro territorio.

Alberto Ballestriero
VeronaPolis

Nella foto in alto il paese di Velo Veronese

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Alberto Ballestriero

L'autore: Alberto Ballestriero

Alberto Ballestriero. La campagna e il paesaggio sono una presenza costante nella sua vita. Ha lavorato come funzionario nella gestione di canali e opere agrarie presso uno dei più importanti Consorzi di Bonifica del Veneto. Dopo la qualifica nel settore del verde progetta parchi e giardini, alcuni dei quali pubblicati. E’ socio dell’AIAPP (Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio). Per diversi anni è stato responsabile del settore verde urbano della sezione veronese di Italia Nostra. Ha pubblicato il libro “Confini Connessioni Scenari - divagazioni di un giardiniere sul paesaggio” E’ socio fondatore dell’Osservatorio territoriale Verona Polis. ballestriero@gmail.com

Commenti (2)

  • Francesco Premi

    Quanto Ballestriero descrive in questo bel pezzo si potrebbe allargare anche al monte Baldo, preso tra il turismo di massa del Garda e lo spopolamento – turistico e dei locali – dei suoi versanti: oggi gli amministratori baldensi accarezzano l’idea del Parco, che però hanno aborrito per decenni, come possibile collettore di finanziamenti per il territorio (solo uno degli aspetti e degli obiettivi delle aree Parco): ma si poteva farlo senza perdere dieci anni, e costituirlo insieme al Trentino, dove è già attivo.
    Sono sempre più convinto che le nostre montagne possano tornare ad essere luogo di vita, e non solo di visita; ma anche che questo non debba passare necessariamente dall’antropizzazione ulteriore , ma piuttosto da un confronto tra chi in montagna vive, chi vorrebbe viverci, chi vorrebbe ricavarne di che vivere, e anche – ebbene sì – chi la frequenta senza viverci ma con rispetto, passione, consapevolezza e conoscenza.
    Sarà perché la montagna che ho conosciuto io era già decaduta e svuotata proprio negli anni delle seggiovie e dei grandi “investimenti” tipo San Giorgio.
    Ma spesso mi sento dire che la montagna va lasciata ai montanari e mi viene da pensare che ci sia l’idea che noi cittadini, che mai potremo sapere i segreti occulti di questo ambiente, dovremmo limitarci a portare i nostri schei il fine settimana, senza preoccuparci d’altro.
    Credo che le nostre “terre Alte” abbiano pregi intrinsechi che stanno nell’integrazione tra fortune fisiche e interventi antropici che si sono depositati nel tempo e che ne hanno strutturato uno specifico paesaggio; e che questi pregi possano essere ancora messi a sistema puntando – ad esempio ma non solo – su attività economiche – anche agevolate, perché operare bene in montagna costituisce anche un servizio di tutela del territorio – integrate con un turismo equilibrato e di qualità, piuttosto che su quello di massa. Discutendo recentemente di questo, mi è stato fatto notare che perché la montagna nostrana resti abitata deve poter pagare stipendi e formare redditi, mentre il resto sono solo ragionamenti che rischiano di apparire, a chi in montagna ci vive, molto da salottieri snob. Mi pare però che un approccio “apparentemente” più asettico e pratico, quello che peraltro è stato portato avanti dagli anni ’60 ad oggi, abbia portato finora pochi benefici, e i casi di Prada e San Giorgio sono a dimostrarlo: un intervento che muore in quarant’anni lasciando più problemi di quelli che ha risolto in un primo momento non posso definirlo un grande investimento.
    Quello che serve è analizzare e discutere insieme progetti e casi di successo in cui economia ed ecologia (nel senso più alto di entrambi) sono riuscite a convivere, per trovare o inventare la formula giusta applicabile nei nostri territori.

  • Alessandro Anderloni

    «Il paesaggio è lo specchio vivo della società, il teatro dove ognuno recita la propria parte, compie le proprie gesta quotidiane e di tempo lungo», scriveva Eugenio Turri. E parlava, il grande geografo veronese, dello spazio delle Prealpi Venete, della saggezza dell’intervento umano nei campi e nei boschi, dell’armonia dei broli, dello spazio comune delle corti, della proporzione delle contrade e delle malghe di pietra. «Demoliti i valori rurali si può iniziare a demolire il paesaggio», concludeva. Il degrado del paesaggio in Lessinia è la conseguenza della morte di quel “mondo contadino” cantato da Dino Coltro. Un mondo che fu prima condannato a non essere più autosufficiente, e poi fu comprato e manovrato, soprattutto dopo il secondo Dopoguerra, con lo strumento di consenso elettorale chiamato contributo. Elargito “a fondo perduto”, e spesso senza alcun controllo sul suo utilizzo, è stata ed è la causa di veri e propri disastri ambientali pubblici e privati compiuti spesso per la semplicistica e colpevole asserzione di «non perdere il contributo». Negli anni di euforia del mercato immobiliare, poi, l’investimento in cemento non ha avuto in Lessinia alcun freno, permettendo l’espandersi di vere e proprie periferie collinari e cambiando radicalmente la fisionomia delle dorsali. Infine la mancanza di gusto, di buon senso, di sapere. «Non sembriamo nemmeno parenti dei nostri antenati che hanno costruito le contrade di pietra» mi confidò un giorno Attilio Benetti nel suo rifugio di Camposivano. Perché dagli anni Cinquanta in poi la Lessinia ha lasciato demolire e stravolgere la sua peculiarità architettonica, nell’indifferenza e nel consenso popolare e politico più ampio, permettendo qualsiasi cosa. In nome di quel “futuro dell’economia di montagna” (tradotto: i schei) venne quindi il tempo dell’escavazione senza ripristini, degli insediamenti zootecnici industriali fino all’ultima, ridicola stagione delle serre di fragole bioniche, ma naturalmente cimbre, come la piadina o la pizza. E in tutto ciò, è pensabile avere conservato sufficiente coscienza di confrontarsi con un fenomeno così naturale, eppure così complesso, come il ritorno del lupo? Ma la Lessinia sta cambiando: cresce la consapevolezza dell’importanza dei restauri conservativi, matura in buona parte dei giovani la presa d’atto del valore del paesaggio, si espandono le attività che fanno del connubio paesaggio, cultura, ospitalità la propria forza, cresce l’attenzione, la conoscenza e l’interesse per una montagna che solo vent’anni fa era quasi sconosciuta ai veronesi, nei suoi aspetti naturalistici, storici e tradizionali. Non è un caso dunque se Lessiniafest, Film Festival della Lessinia, Lessinialegend e altre iniziative culturali e sportive siano nate e crescano proprio qui. Non sarebbe possibile senza un retroterra nonostante tutto ancora fertile, di una montagna che non ha perso del tutto il valore di comunità, dove l’amministrazione pubblica è ancora radicata nel rapporto con le persone, dove culturalmente forse non tutto è perduto. «Chi possiede una propria cultura e si esprime attraverso essa è libero e ricco», sosteneva nei suoi Scritti Corsari Pier Paolo Pasolini che vedeva nella scomparsa dei dialetti una delle principali cause della fine del mondo contadino: «Il dialetto è come la mammella di una madre cui tutti abbiamo succhiato, e ora ci sputiamo sopra». Forse è il tempo di riconsiderare la perdita del nostro dialetto, e con esso delle tradizioni, dei giochi, del canto popolare, dell’arte sacra, dell’aneddotica, delle leggende… E di non praticarla nell’ennesimo convegno sullo stato, sul passato e il futuro della Lessinia, ma parlando, giocando, cantando, camminando e raccontando.

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