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A marzo il ministero dell’Agricoltura ha ridefinito le assegnazioni di impianto per la coltivazione della vite, con conseguente boom di richieste. Ma se è indiscutibile il legame tra vino e cultura allora sarebbe meglio concentrarsi sulla qualità, che non è estranea al rispetto per l’ambiente e di tutta la catena produttiva.

Interessano da vicino anche la provincia veronese ed il suo forte comparto enologico i dati definitivi sulle assegnazioni d’impianto relative all’anno 2016 rilasciate tra febbraio e marzo di quest’anno da parte del ministero dell’Agricoltura. Le autorizzazione d’impianto sono le nuove licenze europee, sostitutive dei precedenti diritti d’impianto, che occorre detenere assieme alla proprietà del terreno agricolo per poter produrre vino e rappresentano di fatto il nuovo strumento d’incentivo e regolatorio comunitario alla crescita del settore da qui al 2020. Il limite annuale fissato per le nuove autorizzazioni è dell’1% della superficie vitata nazionale

In Italia c’è stato un boom delle domande di assegnazione, per un totale di 67.000 ettari a fronte di disponibilità per nuove autorizzazioni di soli 6.400 ettari. Leggendo i dati degli assegnatari, si evince che quasi del 90% delle richieste sono state opzionate da imprese già attive in agricoltura ma in settori a redditività calante (seminativi e zootecnia principalmente) e solo l’11% da aziende vitivinicole pure. In questo contesto sorprendono i dati relativi al Veneto, già primo produttore italiano di vino nel 2015 con quasi 10 milioni di ettolitri, per il quale le domande di autorizzazione d’impianto hanno raggiunto la cifra 34.837 ettari (metà del totale nazionale) con un totale di assegnazioni di 805 ettari di cui ben il 60% proveniente da soggetti operanti in settori diversi dal vino.

D’altra parte basta camminare tra le nostre colline per imbattersi sempre più frequentemente in sbancamenti di pendii ed ampliamenti di vigneti anche in zone finora non particolarmente vocate alla produzione vitivinicola, a testimonianza delle trasformazioni in atto. Questo vero e proprio assalto al territorio da parte della monocoltura a vite non sembra privo di rischi e di criticità, che vale la pena sottolineare almeno sotto due aspetti. Sotto l’aspetto dell’assetto territoriale una ricaduta immediata è l’impoverimento del paesaggio che ogni tipo di monocoltura porta con sé e la successiva perdita di attività agricole/boschive minori ad esso profondamente legato. Un secondo aspetto problematico è data dalla valutazione degli effetti economici in una prospettiva di lungo termine, e qui ci aiutano i numeri.

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Uve poste ad essiccare sulle “arele” per ottenere il vino Amarone (Valpolicella)

L’ultimo rapporto della Camera di Commercio di Verona ci dice che nella provincia veronese operano circa 16.000 imprese agricole e circa 700 imprese alimentari, di cui 85 di bevande (7,8% del totale manifatturiero), principalmente produttori di vino, ed i dati evidenziano una sostanziale stabilità nel numero dei soggetti economici attivi nel settore. L’export di bevande dalla provincia di Verona nell’anno 2015 si è attestato sul valore di 880 milioni di euro, in calo dello 0,2% rispetto al 2014, ed ha rappresentato la terza voce dell’export veronese con l’8,7% del valore, confermandosi leader nazionale con la quota del 12,7% dell’export totale di vino.

Studiando tuttavia la serie storica del valore dell’esportazione di vino veronese si nota come il settore si sia mosso in modo anticiclico, crescendo costantemente tra il 2009 ed il 2013 e si sia appiattito negli ultimi due anni attorno al valore di 900 milioni di Euro. Una conferma del rallentamento viene anche dai bilanci delle principali ditte veronesi del settore relativi al’anno 2014 che evidenziano un leggero calo del fatturato dell’1,78% ed una correzione della redditività del capitale investito, seppur positiva, dal 3,5% al 3%. Resta invece buona la capacità di finanziare investimenti con capitale proprio essendo la posizione finanziare netta complessive in calo del 5%, a comprova della buona scorta di liquidità accumulata negli anni passati.

Insomma, i fondamentali economici delineano un settore con un’ottima disponibilità finanziaria di cassa e capacità di investimento ma che sta vivendo una sostanziale fase di stallo se non di contrazione. Sorge spontaneo chiedersi se nella situazione presente la via intrapresa della crescita quantitativa, piuttosto che qualitativa, sia la più adatta ad un settore vitivinicolo veronese dall’alto valore aggiunto o non sia preferibile uno sviluppo più attento al mantenimento dell’habitat locale, alla corretta remunerazione di chi coltiva la terra,al miglioramento delle pratiche colturali a basso impatto ambientale ed all’efficientazione della catena del valore e delle catene distributive del prodotto.

E’ nell’interesse del l’industria enologica provinciale e del suo indotto occupazionale ed imprenditoriale riuscire a raggiungere il giusto equilibrio tra quantità è qualità e limitare la presenza di operatori più affini a logiche prettamente commerciali che agricole, anche andando a rinegoziare i termini delle nuove assegnazioni d’impianto con Ministero e Regione.

Martino Franceschi

Martino Franceschi

L'autore: Martino Franceschi

Martino Franceschi nasce nel 1972 a Valdagno (Vicenza). Dopo la maturità classica, nel 1988, si laurea in Economia e Commercio e, dopo diverse e disparate esperienze professionali si trasferisce definitivamente a Verona dove lavora come Export Area Manager di una nota azienda nel settore dei marmi. Praticante di sport (mtb, nuoto, sci, montagna), di buone letture e cinema, per tradizione familiare e per formazione culturale si interessa ai temi politici-economici. martino.franceschi@teletu.it

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