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Da legna e carbone all’olio combustibile, gasolio, metano, GPL, pellet, caldaie a condensazione, sonde geotermiche, pannelli solari fotovoltaici e non. Il mondo è cambiato ma quello della termomeccanica non ha saputo o voluto investire in ricerca e innovazione.

Il settore termomeccanico veronese fa parte di una storia quasi secolare, con protagonisti che sono stati pionieri e al tempo stesso testimoni del declino irreversibile delle loro iniziative imprenditoriali. Verona e la sua provincia sono state fino alle soglie del 2000 punto di riferimento europeo nella ricerca di nuovi sistemi, processi produttivi e tecnologie all’avanguardia per il trattamento dell’acqua, il riscaldamento degli edifici e la produzione di sistemi di condizionamento dell’aria. E a Verona, come nel resto d’Italia, queste iniziative imprenditoriali si sono accompagnate allo sviluppo dell’edilizia popolare per le maestranze, grazie a politiche che cercavano di coniugare sviluppo economico e benessere sociale.

La prima esperienza di industria termomeccanica nasce a Verona dopo la fine della prima guerra mondiale a Legnago grazie a Pilade Riello che nel 1922 fondò un’azienda familiare nel settore della climatizzazione. Nel 1940 un altro veronese, l’ingegner Leopoldo Biasi, diede vita a Tombetta ad un’iniziativa artigianale per la realizzazione di scaldabagni e caldaie in acciaio per il riscaldamento degli edifici. Nel 1950 lo stesso Biasi, in Via Cà di David 17, acquisita una certa presenza sul mercato realizzò una prima fonderia per la produzione in serie di radiatori in ghisa. Sul finire degli anni Cinquanta a san Bonifacio, nell’est Veronese, Dante Ferroli aprì un’industria per la produzione di caldaie in acciaio per poi realizzare anch’egli un impianto tra i più moderni per le produzioni mediante sistema di fusione di elementi di caldaie e di radiatori in ghisa.

Queste tre aziende, Riello, Biasi e Ferroli, dagli anni 1970 sino al gli anni 1990 arrivarono ad occupare con una certa stabilità circa 4.500 dipendenti nelle aziende italiane.

Il settore termomeccanico a Verona

La presenza in provincia di Verona delle industrie Riello, Biasi e Ferroli fu l’occasione per favorire la nascita di nuove realtà imprenditoriali, molte delle quali per iniziativa di lavoratori provenienti e già dipendenti di queste aziende. Così si affiancarono a queste imprese nuove realtà produttive, fra le quali, nel comparto bruciatori: ISOTHERMO, PIROIL FIAM a Legnago; nel comparto scaldabagni: FATIS a Verona, FAIS carpenteria e IDROPI a San Giovanni Lupatoto; nel comparto caldaie: FER di Luciano Ferroli a Gambellara, FAIS a San Giovanni Lupatoto, IML, IVAR, FATS a Verona, ICI a Zevio, Rossignoli a Vigasio e altre ancora.

Nel frattempo la FAIS carpenterie assunse un certo peso nel mercato della produzione di caldaie e accessori e il titolare, Arrigo Simionato (ex dipendente Biasi), diede vita nella nuova nascente zona industriale di san Giovanni Lupatoto a una nuova fonderia per la produzione di radiatori in ghisa. Esistevano anche altre aziende per lavorazioni in proprio e in conto terzi di accessori e vari componenti necessari per il settore termomeccanico. Fra queste la BRHAMA di Legnago, leader nella produzione di componenti elettroniche per la regolarizzazione degli impianti. Sia a Verona che nelle varie zone della provincia operavano, inoltre, aziende di varie dimensioni per le produzioni sia in proprio che per conto terzi di flange, autoclavi, fondi bombati, cisterne, collettori, scambiatori di calore e che offrivano servizi per il taglio e la calandratura delle lamiere.

L’edilizia popolare legata alle fabbriche

La nascita e lo sviluppo del settore termomeccanico sono legati ad importanti provvedimenti governativi, primi fra tutti quelli previsti dalla legge n° 43 del 28 febbraio 1949 in materia di “provvedimenti per incrementare l’occupazione operaia agevolando la costruzione di case per i lavoratori”. Promotore dell’iniziativa fu l’allora ministro del lavoro e della previdenza sociale Amintore Fanfani. Gli interventi erano gestiti da INA-Casa e dovevano favorire “le attività edilizie anche con assorbimento di un considerevole numero di disoccupati e la costruzioni di alloggi per famiglie a basso reddito”. A seguito di questa legge, conosciuta come il Piano casa Fanfani in Italia furono aperti subito oltre 650 cantieri che a regime dovevano realizzare, secondo i programmi, 2800 unità abitative a settimana.

Nei primi 17 anni, dal 1940 al 1956, furono investiti oltre 334 miliardi di vecchie lire e furono realizzati in Italia 147 mila alloggi popolari che diventarono, nel corso del programma gestito da INA Casa, 335 mila nuovi alloggi. Il piano Fanfani contribuì inoltre a rendere maggiormente operativi gli IACP istituiti con la legge n°254 del 31 maggio 1903, con il compito di facilitare la costruzione di case popolari. Con il regio decreto 1165 del 28 aprile 1938 i comuni divennero “sovventori di interventi di edilizia popolare” gestiti dagli IACP sino a quando ci fu la necessità di provvedere alla ricostruzione post bellica. Ciò comportò per gli IACP una sostanziale modifica del loro modo di operare, diventando “strumenti di assunzioni e gestione per conto terzi” e cioè lo Stato, INA Casa , e la GESCAL, costituita con la legge n° 60 del 14 febbraio 1963. Alla GESCAL venne affidato il compito di gestire i fondi generati dalla contribuzione dei lavoratori e delle aziende per la costruzione delle case.

La situazione edilizia post bellica a Verona

Verona era uscita dalla guerra quasi completamente distrutta. In città su 45 mila abitazioni, 8 mila risultavano totalmente distrutte e 19 mila inagibili. Il sindaco Aldo Fedeli, appena insediato nel maggio 1945, dispose l’immediata rimozione delle macerie e creò le condizioni per recuperare idonei spazi per ricoverare migliaia di famiglie senza tetto e impegnò la Giunta comunale nella realizzazione di un vasto programma per la costruzione di alloggi popolari nelle varie zone della città. Fra il 1951 e il 1955, con l’Amministrazione retta dal sindaco Giovanni Uberti, e dal 1956 al 1965 con il sindaco Giorgio Zanotto, furono realizzate ulteriori iniziative nei vari quartieri.Va ricordato l’ingente costo sostenuto per questi interventi pari a 1.054.122.381 lire che oggi corrisponderebbero a 19.222.732 euro.

Fra il 1964 e il 1970 a Verona si verificarono importanti avvenimenti destinati ad incidere notevolmente nel settore termomeccanico. Fra questi, in estrema sintesi, si ritiene importante richiamarne alcuni: a) la vendita da parte del dott. Menin dell’ISOTHERMO alla RIELLO Bruciatori di Legnago; b) l’ingresso (1971) dell’ing Menin nelle Industrie Meccaniche Legnaghesi; l’uscita di Luciano Ferroli dall’azienda di San Bonifacio e la costituzione della FER; l’avvio della nuova Fonderia Biasi inVia delle Trincee 5; c) la costituzione (1971) da parte del dott. Menin e di Simonato della fonderia SIME (Simonato-Menin) mediante l’incorporazione ex FAIS fonderia nella ex società; d) l’incorporazione della IVAR da parte di altre società.

Il declino

Riello, Biasi Ferroli iniziarono i loro processi d’espansione attraverso l’acquisizione di società e marchi presenti sul mercato italiano e europeo con l’apertura, la trasformazione e il potenziamento di molti siti produttivi e la delocalizzazione verso Paesi dell’Est Europa e in diverse località dell’ASIA.

Oggi il gruppo Riello è stato costretto a cedere a gli americani UTC il 70 % del gruppo per ridurre la fortissima esposizione debitoria di alcune centinai di milioni di euro in confronti di diversi istituti bancari. Il gruppo Biasi, capitanato da Paolo Biasi, uomo di potere e di finanza ai vertici di Unicredit dopo aver acquisito svariate società termomeccaniche per l’Italia e le OFV ex Galtarossa ha dovuto ricorrere alla messa in liquidazione di tutte le aziende del gruppo cercando adeguate soluzioni, mediante la cessione di beni, per evitare la bancarotta e successivamente proporre soluzioni concordatarie. Cosi pure il gruppo Ferroli ha dovuto ricorrere alla cessione delle quote di maggioranza di tutte le società del gruppo per ridurre attraverso queste operazioni finanziarie una quota di centinaia di milioni di euro di indebitamento nei confronti di molte banche per evitare il fallimento e la chiusura.

Quali prospettive per il settore

Il settore termomeccanico difficilmente potrà contare sulla ripresa, almeno nel breve-medio periodo, per i seguenti motivi: a) una domanda interna e internazionale di prodotti, radiatori e caldaie, inesistente a fronte di scorte di magazzino per i prossimi 24 mesi; b) il blocco quasi totale delle costruzioni civili; c) l’avvento di sistemi innovativi per il trattamento dell’acqua e dell’aria e il consolidamento dei sistemi alternativi rispetto a gli impianti tradizionali come fotovoltaico, condensazione, pannelli solari, impianti a pavimento; d) la dotazione negli edifici recenti di efficaci sistemi di isolamento per il risparmio energetico e altro ancora.

Tuttavia non mancherebbero le opportunità per attuare interventi innovativi per il settore finalizzati alle riconversioni degli impianti tradizionali. A tale riguardo l’UE dispone di fondi non utilizzati, perché non richiesti, per simili interventi e in particolare per iniziative rivolte all’ambiente, alla green economy e per tutto quanto riguarda ricerca e innovazione. Analogamente, presso il ministero delle Finanze sono disponibili fondi consistenti destinati al risparmio energetico per numerosi edifici pubblici delle ATER, dei Comuni (sono 33.500 gli alloggi ATER nel Veneto) a cui si potrebbero aggiungere quelli dell’INPDAP. A tale proposito la regione Veneto, con provvedimento dell’8 luglio 2016, ha aperto il bando che mette a disposizione 20 milioni di euro a favore dei comuni per interventi di risparmio energetico da realizzarsi entro il 2020.

Un capitolo a parte andrebbe aperto con il governo per la scandalosa situazione dei fondi ex GESCAL depositati sul conto corrente numero 28128 della cassa depositi e prestiti il cui ammontare è di circa 2,5 miliardi di euro. Da questi fondi sono stati prelevati dallo Stato a più riprese, e senza rendicontazione, 572 milioni di euro a titolo di “prestito per altre esigenze” che non sono stati ancora restituiti. Ulteriori interventi potrebbero essere messi in cantiere con la legge n.30/2014 per il recupero del patrimonio di edilizia residenziale pubblica delle ATER, per le quali andrebbero riviste pure le disposizioni in materia dell’obbligo del pagamento da parte delle stesse dell’IMU ai comuni.

Con i fondi europei, regionali e fondi ex GESCAL accantonati da oltre 20 anni sarebbe dunque possibile costituire una dotazione finanziaria per approntare interventi di trasformazione del comparto termomeccanico mediante la sua riconversione, almeno per quelle aziende non ancora coinvolte dalla crisi, e rilanciare con l’utilizzo di queste ingenti disponibilità finanziarie interventi nel campo dell’edilizia.

Dal dopo guerra ad oggi sembrano passati secoli se si considerano le modalità di climatizzazione degli ambienti. Dalla legna-carbone all’olio combustibile, gasolio, GAS metano o GPL, pellet, caldaie a condensazione, sonde geotermiche, pannelli solari fotovoltaici e non. Se poi consideriamo gli isolamenti ambientali ci rendiamo conto che un mondo si è trasformato. Purtroppo però le nostre imprese, non tutte, non sono riuscite ad adeguare le produzioni ai cambiamenti. Il sistema, complessivamente, non ha saputo o voluto investire nella ricerca l’innovazione.

Massimo Castellani
Segretario generale CISL Verona

Commenti (3)

  • Francesco Premi

    I motivi di una prospettiva non positiva li descrive bene Castellani, anche se non è del tutto vero che la domanda internazionale è inesistente per tutti i prodotti elencati. Nella stessa condizione, aziende non veronesi (soprattutto tedesche) presenti con loro strutture anche nel nostro territorio non stanno soffrendo, anzi accrescono fatturati e quote di mercato pur dovendo combattere con prodotti a basso costo (soprattutto per le fasce basse di mercato) provenienti dai mercati emergenti. Il punto fondamentale è quello relativo ai prodotti innovativi: perchè non si è colto il cambiamento che stava avvenendo? Si fa ancora in tempo a correggere la rotta? Dare una risposta in tal senso sarà fondamentale, e dovranno farlo in primo luogo le imprese stesse. Dopo di che associazioni di categoria, sindacati e politica dovranno creare le situazioni più congrue per fare e permettere di fare innovazione, pratica e non accademica. Perchè senza una nuova offerta, anche quell’ossigeno che potrebbe provenire da una rinnovata domanda (vedi riqualificazioni patrimoni Ater e similari) durerebbe la durata di un respiro.

  • Giuseppe Braga

    Credo opportuno rilevare che le IML (Industrie Meccaniche Legnaghesi) erano insediate in località Casette di Legnago e non a Verona. Fra il 1951 e il 1965 furono realizzati nel comune di Verona numero 147 edifici con 5.605 vani, pari a circa 1.500 unità abitative. Circa altrettanti ne vennero realizzati nel corso di quel periodo e sino agli anni1970, nei 98 comuni della provincia ad iniziativa degli IACP.

  • martino franceschi
    martino franceschi Rispondi

    La storia della termomeccanica veronese è simile a tanti altre storie finite male del capitalismo familiare veneto ..la seconda generazione non ha saputo evolversi ed adeguarsi ai cambiamenti del mercato…non esiste piu’ la crescita distrettuale ma una selettività intrasettoriale basta su ricerca, innovazione e competenza di gestione

commenti (3)

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