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Il colle di San Pietro, luogo simbolico dove ospitare le testimonianze della storia di Verona, in sistema con l’Arsenale, l’ex Caserma Dalla Bona ed altri grandi contenitori. Non solo luogo di esposizione e conservazione ma anche di elaborazione culturale per essere ponte tra passato e futuro coinvolgendo tutta la città, comprese le categorie economiche.

Il 10 agosto 1793 venne inaugurato a Parigi il museo del Louvre. Era un giorno importante per la Francia, il primo anniversario della caduta della monarchia. Non si trattava dell’apertura al pubblico delle collezioni reali, ma dell’esposizione del patrimonio nazionale, ottenuto dalla statalizzazione dei beni della Corona e dalla confisca dei beni ecclesiastici e degli aristocratici fuoriusciti. Fu un’operazione rivoluzionaria, che simboleggiò la restituzione al popolo francese delle opere d’arte appartenute alle classi dominanti. Lo Stato si assumeva la responsabilità della loro tutela, custodia e manutenzione, per fare del museo una grande scuola di formazione, non solo per gli eletti e per gli specialisti, ma per tutto il popolo. Il Louvre divenne il modello del museo moderno, diverso da tutti gli altri.

Da quell’evento rivoluzionario sono trascorsi oltre due secoli e da parecchio tempo ci si chiede quale debba essere il ruolo dei musei nella società contemporanea. Preziosi depositi di opere d’arte e di testimonianze del passato, isolati dal territorio e dalla società che ci vive? Oppure motori socio-culturali ed educativi che si rapportano con la città e formano un sistema attivo di informazione e di educazione permanente? Ritengo che la seconda sia la risposta giusta. E’ necessario rivoluzionare il ruolo dei musei.

Il territorio con le sue eccellenze culturali deve essere inteso come un grande museo diffuso che si confronta con i cittadini e la loro città. Non si tratta di riorganizzarne la burocrazia, la managerialità o la vendita commerciale del marchio, almeno non solo, ma soprattutto di collegare i musei e le realtà storico-culturali cittadine in un sistema organico con il territorio e le sue valenze sociali, culturali, produttive e didattiche.

Nelle ipotesi che seguono propongo un itinerario museale che andrebbe inteso come rete da collegare con le realtà sociali, culturali, produttive e didattiche della città, per dare inizio a un processo di recupero e valorizzazione delle eccellenze artistiche, storiche e scientifiche presenti sul nostro territorio. Processo che dovrà essere continuamente e attivamente partecipato dalle diverse realtà.

Proposta di un sistema dei musei cittadini

Schema-musei

Castel San Pietro, costruito dagli austriaci tra il 1852 e il 1858 sotto la supervisione di Conrad Petrasch, potrebbe contenere il museo della città e del Risorgimento perché il colle su cui sorge rappresenta con la sua storia un luogo simbolico per Verona. Infatti questa zona, intorno al V secolo A.C., ospitò il primo nucleo abitativo, probabilmente dei Veneti. Poi nel I secolo fu trasformato dai romani che nella parte più bassa, a ridosso dell’Adige, costruirono il teatro. Sul colle, sopra la gradinata del teatro, si nota la chiesa dei santi Siro e Libera, realizzata nel X secolo ed ora sede del museo archeologico.

Colle San Pietro e colle San Felice fanno anche da sfondo al rione di San Giovanni in Valle dove si trova la cinquecentesca villa Francescatti, impreziosita da un giardino all’italiana e da un parco storico di circa 5000 mq. Scendendo, si incontra la chiesa di San Giovanni in Valle, dell’VIII secolo. Nel triangolo delimitato da via San Giovanni in Valle, via Santa Chiara e vicolo Borgo Tascherio c’è il complesso denominato Corte del Duca. Da via San Giovanni in Valle è anche possibile salire in via Scala Santa, un’antica via Crucis, per raggiungere San Zeno in Monte e soprattutto la corona di mura scaligere che proteggeva la città.

La Caserma Dalla Bona (l’ex Ospedale militare, in corso Porta Palio),  potrebbe assolvere a diverse funzioni. Potrebbe diventare la succursale di uno, o più grandi musei internazionali (Ermitage, Louvre, D’Orsay, British Museum ,National Gallery, Metropolitan, MoMa, Guggeneim, Alte Pinakothek, Prado, Thyssen Bornemisza, etc…) ospitando a rotazione alcune delle loro opere (hanno i depositi pieni).  In quegli spazi potrebbe trovar posto anche buona parte del patrimonio artistico ora a Castelvecchio, sia quello esposto nelle sale che quello collocato nei depositi. Infine, proprio qui potrebbero nascere scuole di scenografia, pittura e scultura, costumi, trucco, recitazione e altre attività collegate all’arte figurativa, al teatro e alla lirica; attività connesse alle imprese economiche legate a turismo, spettacoli teatrali e lirici, fruizione del patrimonio storico-culturale, maturate negli anni dalla nostra città. Questo museo, dotato di spazi adeguati per rappresentazioni, dovrebbe collaborare con la Fondazione Arena, le accademie d’arte, le scuole, l’Università, l’ente Fiera perché è necessario fare sistema e non operare isolati, in compartimenti stagni.

Lo stesso concetto si può riferire al Museo di storia naturale, che sarebbe saggio ospitare negli spazi dell’ex Arsenale austriaco. Per quanto riguarda Castelvecchio, andrebbe ripristinato l’originale allestimento architettonico, come l’aveva progettato l’architetto Carlo Scarpa e mantenuto dal compianto direttore Licisco Magagnato. La ristrutturazione dell’Arsenale dovrebbe essere limitata a un corretto intervento conservativo delle attuali strutture. La corte ovest e quella centrale sedi del museo di Scienze naturali; la corte est per attività temporanee, soprattutto ad uso della cittadinanza. Gli spazi verdi a disposizione dei cittadini.

A completare il quadro la Tomba di Giulietta per gli affreschi; la Gran Guardia come sede congressuale e di esposizioni temporanee; il Museo lapidario maffeiano in piazza Bra; i Palazzi Scaligeri sede della Galleria d’Arte Moderna; il Convento quattrocentesco dei gesuiti, a lato del teatro romano, con il Museo archeologico. Anche in questi casi si tratta di complessi che potrebbero essere collegati tra loro da un sistema sinergico con la città e con i suoi valori economici e culturali.

Purtroppo, secondo i progetti dell’Amministrazione comunale, Castel San Pietro, la Caserma Dalla Bona e l’Arsenale non sono destinati ad ospitare musei, ma utilizzati per diversi altri scopi e funzioni. Infatti, la pubblica Amministrazione considera i diversi complessi monumentali come entità isolate, separate dal contesto in cui sono inseriti. Il risultato mostra la totale assenza di un piano organico della città e le scelte d’uso dei complessi risultano più dettate da convenienze economiche che per il bene della città. L’esito finale sarà un grande abito di Arlecchino, con tante pezze diversamente colorate, senza quel collegamento organico con il territorio che ne consentirebbe la riqualificazione culturale.

Dove trovare i soldi? E’ vero, i soldi, pochi, sono stati spesi in tanti inutili progetti, per fortuna non realizzati. Aggiungo che non si è fatto nulla per trovarli. Il piano che propongo dovrebbe essere programmato per fasi temporali ed economiche, mentre i finanziamenti andrebbero richiesti all’Unione Europea che, di fronte a progetti ben preparati, con una visione di insieme per la salvaguardia del patrimonio culturale, difficilmente li nega. Sarebbe sufficiente controllare i tanti esempi all’estero per averne conferma.

Nel 2007 l’Europa aveva messo a disposizione dell’Italia, per interventi nei settori cultura e turismo, per restaurare monumenti, chiese e musei, oltre due miliardi di euro, da spendere entro il 2015. Ne sono stati usati circa il 50%.

Giorgio Massignan
VeronaPolis

 
Giorgio Massignan

L'autore: Giorgio Massignan

Giorgio Massignan, nato il 21 maggio 1952 a Verona. Residente a Verona, laureato in architettura e urbanistica presso lo IUAV di Venezia nel 1977. Autore di studi sulla pianificazione territoriale in Italia e in altri paesi europei ed extraeuropei. Autore di quattro romanzi a tema ambientale e di un libro sui meccanismi di gestione del territorio a Verona dal 1948 ad oggi. Già presidente della sezione veronese di Italia Nostra, già segretario regionale del Consiglio regionale di Italia Nostra, attuale delegato regionale alla commissione nazionale di pianificazione di Italia Nostra. Già assessore alla pianificazione del Comune di Verona negli anni 1992-93. Già presidente dell'Ordine degli Architetti di Verona. Attuale responsabile dell'osservatorio territoriale VeronaPolis. giorgio.massignan@massignan.com

Commenti (2)

  • L’unica cosa che non mi convince della proposta è lo spazio per ospitare opere da altri musei esteri. In diverso modo, rischia di essere quanto è stato fatto con le “grandi mostre” di Goldin, di cui si vantava solo l’appeal turistico (ma i cui reali benefici economici pure poco mi convincono).
    Questa rete dovrebbe invece puntare sulla specificità veronese, rivolgendosi in primo luogo ai veronesi più che ai turisti: anche perché è tale specificità che eventualmente muove anche questi ultimi. In fondo è quanto rilevava nel 1718 Scipione Maffei parlando in Consiglio nel mentre costituiva il suo lapidario, sottolineando l’importanza del sostegno civico a questa collezione e del suo primario valore scientifico e di promozione della conoscenza: “Dirò che sarìa molto desiderabile che ogni buon citadino concorresse a darghe man, a promuoverla, a aumentarla. Se trata de far un museo publico, che sia una delle più bele cose che sia in tutta Italia, e in tutta Europa […]. El se comenzerà a conosser, quando se comenzerà a colocar e ordinar queste reliquie de l’antichità: fonti quasi unici de la scienza e de la vera erudizion”. Una volta formato questo progetto culturale, egli specificava, nel 1739, anche le sue ricadute turistiche (che aveva illustrato anche a osti e locandieri, sperando, invano, nel loro sostegno economico): “Spero che i miei compatrioti non mi abbandoneranno, mentre gli formerò un tesoro che chiamerà da paesi lontani i forestieri per vederlo”.
    Ma quello con cui oggi dobbiamo confrontarci è la mancanza di investimenti adeguati nelle strutture esistenti, Museo di storia naturale in primis, in cui la carenza di personale e di risorse rischia già adesso, senza tirare in ballo trasferimenti inadeguati, di non garantire la stessa conservazione delle sue delicatissime e uniche collezioni. Ma contro questo andazzo, i cittadini, per non parlare delle forze economiche che di turismo vivono, dove sono, tenendo poi conto che si tratta di un nostro patrimonio, non degli amministratori, che sono solo chiamati a gestirlo pro tempore?
    Per questo una politica per i beni culturali che puntasse alle specificità veronesi sarebbe, forse, anche strumento per creare una conoscenza diffusa e quindi una cultura della tutela e della valorizzazione, in primo luogo presso gli stessi cittadini che di questo patrimonio sono i legittimi eredi.

  • Giulia Cortella

    Tutte analisi competenti ed interessanti che vivificano il panorama culturale veronese suggerendo una rete museale! Io invece suggerirei che Palazzo Forti debba ritornare ad essere Museo del Risorgimento come avvenne nel 1938. Il 16 Ottobre 2016, celebreremo i 150 anni dell’annessione di Verona al Regno d’Italia, come attesta l’iscrizione di Piazza Cittadella: quale migliore data per ricostruire la memoria di una città e riportare documenti e archivi nella loro giusta sede? Il tentativo desolante di Amo deve essere dimenticato e lo sarà mentre ad imperitura memoria ritorneranno al significato i nomi dei nostri caduti incisi nel Famedio del bel cortile del Palazzo che fu sede di vicende storiche e private di una città che ha dimenticato per troppo tempo il suo glorioso passato (voglio ricordare tra gli altri il nome scritto lassù del fratello di mia nonna, Andrea Lughezzani, morto nel 1918 sulla Bainsizza all’età di 18 anni).
    I Musei di Verona devono davvero divenire dei cittadini e degli studenti prima ancora che dei turisti: gli istituti scolastici dovrebbero diventare paladini dei musei di cui talvolta portano il nome e attivarsi per istituire progetti di istituto di intervento conservativo o di tutela da far compiere agli studenti in turni, anche al fine di sviluppare competenze concrete sul territorio (creare “Le sentinelle del Maffeiano, della Capitolare, dell’Accademia Filarmonica…) e questo già avviene per opera di singoli professori appassionati ma sono ancora troppo pochi! Inoltre, come ho già riportato in un precedente commento, il Museo della città della Fortezza Austriaca del Colle San Pietro deve rivolgersi alle giovani generazioni e offrire la storia della città dalla sua origine ai giorni nostri con i reperti più importanti ancora mai esposti al pubblico. Pensiamo che oggi i giovani si recano lassù per sbevazzare…si potrebbero perciò anche aprire spazi dedicati ai ragazzi dove possano ad esempio provare con i loro gruppi musicali liberamente, dove poter giocare in un campetto libero a basket, insomma si potrebbe anche creare un sondaggio tra la cittadinanza per raccogliere esigenze e suggerimenti per aiutare i giovani a ritrovare con il nostro aiuto la via alta della cultura ed un diverso tipo di intrattenimento. Il Liceo in cui insegno ha creato una rete di scuole coinvolte nella creazione di una biblioteca innovativa aperta all’intera cittadinanza: ci auguriamo di trovare nelle istituzioni ascolto e aiuto e magari anche gli spazi per ospitare le attività che creeremo a partire dal prossimo settembre.

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