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«Verona città accogliente? Non sempre». Le difficoltà per l’attuazione dei progetti di microaccoglienza della Prefettura, le proteste di San Giovanni Lupatoto. E la raccomandazione di Papa Francesco alle parrocchie?

Jessica Cugini, caporedattrice di Combonifem – la rivista mensile delle missionarie comboniane – abbiamo chiesto una valutazione sui fenomeni migratori che stanno investendo l’Italia e l’Europa.

– In Europa alcuni alzano muri, altri soccorrono i barconi, ma l’Unione Europa da che parte sta?
«L’Unione europea sta dalla sua parte. Lo si capisce dalle politiche che sta attuando, dalla mancanza di scelte che sappiano affrontare l’emergenza per evitare questo numero enorme di morti. L’Unione Europea preferisce pagare gli Stati affinché respingano o parcheggino vite in campi profughi. L’idea degli hotspot galleggianti è nostra, ed è un’idea che va contro il diritto di sbarcare ed essere identificato, di avere informazioni corrette, assistenza legale».

– La rotta balcanica dei migranti si è repentinamente interrotta per effetto dei muri e degli accordi con la Turchia…
«L’accordo UE-Turchia è una vergogna per il nostro continente. Ricordiamoci che per anni abbiamo fatto accordi con la Libia affinché non facesse partire i migranti dalle sue coste, a dimostrazione che passa il tempo ma le scelte rimangono miopi. La chiusura della rotta balcanica sta evidenziando come la gente non rinunci a una speranza di vita differente trovando il modo di arrivare percorrendo itinerari diversi. L’unico a ricordarci cosa dovrebbe fare l’Europa è papa Francesco. Altro che fili spinati e muri… noi dobbiamo accogliere, non pagare affinché altri respingano per noi».

Jessica Cugini
Jessica Cugini

– Soccorrere i barconi fino a poche miglia dalle coste della Libia non fa il gioco dei trafficanti di esseri umani?
«Il gioco degli scafisti lo fa chi crea barriere, allungando i viaggi e mettendo in pericolo le vite, dando la possibilità a questi criminali di rialzare la posta perché il viaggio è più lungo e pericoloso. Siamo noi che fomentiamo i trafficanti. Noi, con le nostre non politiche».
– “Aiutiamoli a casa loro” è uno slogan che si sente spesso, forse dovremmo potenziare la cooperazione allo sviluppo …
«Purtroppo la cooperazione che stiamo mettendo in atto come Italia risponde più alla logica “lasciamo che muoiano a casa loro”. Facciamo passare per cooperazione accordi in cui offriamo infrastrutture e aiuti, a patto che i Paesi africani si tengano i propri abitanti. Non ci interessa se questi Paesi sono gli stessi da cui questa gente fugge, se sono dittature. La nostra cooperazione è un do ut des. Stanzio dei fondi, ma tu devi assicurare che rafforzerai le frontiere».
– Gli immigrati con residenza anagrafica sono in Italia circa il 9 % della popolazione; a Verona città oltre il 14%. La disoccupazione è all’11%, quella giovanile al 35%. Dati che sono fonte di tensioni per quanto riguarda il mercato del lavoro.
«Siamo un Paese di transito e il 9% nazionale non mi sembrano numeri da invasione, come invece spesso si vuole far credere. Per il resto, non c’è alcun dato che testimoni che i “migranti rubano il lavoro” agli italiani o europei. È vero il contrario: i Paesi che hanno una presenza più alta di immigrati sono anche quelli che hanno maggiore occupazione. Esistono ricerche che dimostrano questa realtà, ma basti pensare alla Germania. E’ vero poi che chi arriva ha competenze complementari che non concorrono con quelle esistenti e spesso addirittura produce nuovi settori d’impiego. Per quanto riguarda le donne, ad esempio, quanto lavoro creano le cosiddette badanti lasciando libere le donne italiane di mantenere la propria occupazione? Quanto fa comodo agli italiani pagarle in nero? Che competizione esiste per un lavoro che richiede così tanto sacrificio?».
– L’Istat ci informa che gli italiani non fanno più figli e gli arrivi di giovani immigrati compensano appena il calo delle nascite. Come sta cambiando il volto dell’Italia?
«Il volto dell’Italia diventerà come quello di altri Stati che, prima di noi, hanno capito che occorre accogliere e integrare, dare la possibilità di un percorso di studi e avviamento al lavoro. Occorre far emergere la risorsa di chi arriva. Il nostro volto sarà multiculturale. Chi ha figli e figlie a scuola o al nido già vede il cambiamento».
– Il Veneto ha una forte tradizione cattolica e Verona è sede di importanti congregazioni missionarie. Ciò premesso, come vede l’accoglienza dei veronesi verso i migranti?
«Accoglienza mi sembra un termine non appropriato in un contesto in cui vi è difficoltà a trovare un sindaco, tra i 98 della provincia, pronto a voler condividere i progetti di microaccoglienza proposti dalla Prefettura. Se non erro si parla (ora, perché poi sappiamo che i numeri cambiano di continuo) di 1600 migranti nella provincia di Verona. Un numero gestibile per i 98 Comuni che volessero farlo evitando assemblamenti come a Costagrande. Abbiamo letto delle proteste a San Giovanni Lupatoto per i 25 migranti (tra questi tre neonati e due donne) assegnati alla caserma dei Carabinieri del paese. Ora San Giovanni fa 25 mila abitanti, per cui sarebbe un migrante ogni mille residenti. Lascio che i numeri facciano tirare le conclusioni».
– Papa Francesco lo scorso anno aveva incoraggiato tutta la Chiesa, a partire dalle parrocchie, ad essere accogliente verso i migranti: c’è stata una risposta positiva all’appello?
«Non ho dati per rispondere in modo concreto a questa domanda. Conosco però le difficoltà che alcune parrocchie stanno affrontando nel coinvolgere in questo progetto di accoglienza le proprie comunità di riferimento».
Combonifem è la rivista delle missionarie comboniane, possiamo dire che avete anticipato i tempi riguardo al ruolo delle donne nella Chiesa?
«La rivista è al femminile come espressione di chi la pensa e ci lavora, dello sguardo da cui nasce. In questa anticipazione dei tempi per fortuna siamo in buona compagnia. Penso al Coordinamento delle Teologhe italiane, ad esempio; ma per quel che riguarda la stampa cattolica sì, le missionarie comboniane sono state pioniere. Ci sono editoriali di suor Irene Bersani, per tanti anni direttrice di Raggio, che sembrano scritti oggi. E questo la dice lunga sul ritardo della Chiesa…».

Claudio Toffalini

Claudio Toffalini

L'autore: Claudio Toffalini

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

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