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Riflessioni a margine del convegno organizzato sabato 16 aprile da GericoTv a Villa Buri; il 2009 e lo speciale sulla Violenza a Verona; l’annus horribilis delle tariffe postali triplicate; quando Giorgio Zanotto salvò l’Arena dal gruppo l’Espresso e i piccoli giornali che non si decidono a diventare grandi.

«Vale la pena continuare a scrivere?» La domanda mi è stata rivolta lo scorso 16 aprile da Mauro Tedeschi, editore di GericoTV, durante un partecipato convegno a Villa Buri. Ho risposto: «dipende…». La domanda era in relazione all’esperienza di Verona In, quindi non rivolta all’esperto di semiotica o al sociologo e la risposta è stata tarata sui 13 anni di vita del giornale. Dipende da cosa?

Il 2009 è un anno importante per la vita di Verona In. A gennaio un gruppo di giornalisti commenta su Facebook fatti di cronaca nera accaduti in città negli ultimi mesi; quello più grave, del primo maggio 2008, è la morte di Nicola Tommasoli, di cui ricorre tra pochi giorni l’VIII anniversario; quello più recente riguarda gli episodi di violenza di Piazza Viviani, del 4 gennaio.

Riflessioni appassionate, con la consapevolezza che nessun giornale cittadino le avrebbe ospitate, perché oneste, politicamente scorrette in una città dove i problemi finiscono regolarmente sotto il tappeto. Invece, con l’aiuto di Giancarlo Beltrame, da quelle riflessioni in aprile esce lo speciale di Verona In Violenza a Verona con le firme di 18 giornalisti che affrontano, ciascuno secondo il particolare punto di vista, il tema della violenza a Verona. Nonostante un paio di querele, la risposta alla domanda –  se vale la pena scrivere – qui è certamente un «sì».

Il 2010, altro anno significativo al fine del nostro ragionamento, è quello che ha segnato pesantemente la piccola editoria. Siamo durante il IV Governo Berlusconi, al dicastero dello Sviluppo Economico si avvicendano in pochi mesi 3 ministri, Scajola, Berlusconi e Romani. Da questo ministero dipendono i rimborsi per le tariffe postali agevolate a Poste Italiane, che con un decreto il 30 marzo vengono sospesi. La conseguenza è che vengono triplicati i costi di spedizione e molti giornali sono costretti a chiudere.

Viene il sospetto che l’operazione abbia voluto colpire una delle poche forme di dissenso rimaste in Italia in un periodo in cui il Presidente del Consiglio è anche proprietario della maggiore concentrazione di testate del Paese. E così anche Verona In, che nel frattempo accusa il crollo delle entrate pubblicitarie (crisi economica e inchieste poco gradite agli sponsor), passa dalla stampa al web. Vale la pena scrivere? Qui la risposta è certamente un «no».

Ma un «sì» e un «no» non sono una risposta esauriente. E allora – forse – la risposta giusta è che «dipende dalle condizioni». E quali sono queste condizioni? Mancando i guadagni e pubblicando con grandi sacrifici, le condizioni per continuare a scrivere si possono trovare in una reale prospettiva di crescita. E cosa manca ai giornali come il nostro per crescere? Anzitutto la consapevolezza del ruolo, che matura attraverso un’assunzione di responsabilità, che però molte volte è assente.

Un esempio pratico, direi simbolico, per afferrare cosa intendo per assunzione di responsabilità è quando su quei siti inernet che si palesano come giornali troviamo, un po’ defilata, la scritta “questo sito non è un giornale ma un blog”. Tradotto vuol dire che sotto l’ombrello dell’articolo 21 della Costituzione mi riservo di dire quello che voglio, sfilandomi sia dalla Legge 47 sulla stampa (1948), sia dal Testo unico dei doveri del giornalista (2016). E spesso, visto che in questo modo ho un buon margine di manovra, tenendo d’occhio solo il Codice Penale abuso del mezzo per diffondere notizie che non devo fare la fatica di verificare ma che spaccio per cronaca. E questo nelle migliori delle ipotesi.

In particolare è l’articolo 13 della Legge 47 che si vuole evitare, dove è scritto che “Nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, consistente nell’attribuzione di un fatto determinato, si applica la pena della reclusione da 1 a sei anni e quella della multa non inferiore a lire 500.000”. Una nuova legge sta per essere varata, e anche se dalle prime avvisaglie non sarà a favore dei piccoli giornali, l’escamotage di tirarsi fuori serve solo a consolidare nell’opinione pubblica la convinzione che esiste una stampa di serie A, quella ufficiale e quasi sempre filogovernativa, e quella di serie B o C precaria e inaffidabile. Mi chiedo se riusciremo mai a superare queste situazioni, molto penalizzanti per chi invece vorrebbe percorsi diversi.

Un po’ di storia può aiutarci a capire le occasioni mancate e le straordinarie opportunità che offre il presente. Nel 1998 il gruppo L’Espresso tentò con 120 miliardi di lire di acquistare quote della società Athesis, editrice dell’Arena, poste in vendita da Ferro, Armellini e Zillo. L’operazione non riuscì grazie a Giorgio Zanotto, allora presidente della Banca Popolare di Verona, che insieme a Banca Antonveneta garantì una fideiussione agli industriali per 100 miliardi di lire. L’Arena, quella di carta, era salva.

Ma fu un’operazione sciagurata, soprattutto per gli anni in cui si svolse. Non nell’immediato dopoguerra, dove le necessità della ricostruzione e di un’occupazione per tutti potevano in qualche modo fornire un pretesto per il “controllo” dell’opinione pubblica; ma allo scadere del secondo millennio, quando era chiaro che il “controllo” aveva lo scopo di mantenere interessi e privilegi corporativi a scapito del pluralismo dell’informazione, che sarebbe stato assolutamente necessario per una società che avesse voluto proiettarsi nel futuro. Infatti, anche per quel “salvataggio” oggi paghiamo le conseguenze in termini di crisi sistemica nell’economia, nella cultura e nella stessa informazione.

Allora competere con quei colossi era impossibile, oggi le cose sono profondamente cambiate. Sono in crisi i modelli gestionali dell’editoria classica e in città se ne avverte il peso, con prodotti editoriali molto discutibili, certamente non al passo con i tempi. Ma la novità di questi anni, così difficili ma anche così innovativi, è che un giornale può nascere in Internet senza spese per stampa e distribuzione. Questo consente, per chi voglia assumersene la responsabilità, di impegnarsi per fare le cose sul serio, cercando di superare la polverizzazione delle varie esperienze, valorizzando le competenze per il raggiungimento di un risultato professionale.

In questo contesto scrivere avrebbe ancora senso. Diversamente dovremmo far riposare per un po’ la tastiera del PC per iniziare a parlare di manifesta incapacità.

Giorgio Montolli

Giorgio Montolli

L'autore: Giorgio Montolli

Giorgio Montolli è un editore e giornalista nato a Verona il 22 giugno 1960. Dopo 12 anni come redattore al settimanale Verona Fedele, nel 1997 apre lo Studio Editoriale Giorgio Montolli che svolge lavori di grafica e impaginazione per conto terzi. Editore dei giornali Verona In (2003) e Opera Arenamagazine (2017), dal 2009 organizza nelle scuole il Corso “Come si fa un giornale” e pubblica L’Ansa dell’Adige che raccoglie gli articoli degli studenti. Dal 2013 è titolare del marchio Smart Edizioni. giorgio.montolli@inwind.it

Commenti (2)

  • Claudio

    Caro Giorgio mai mollare, quando la comunicazione è onesta pulita e libera vale sempre la pena. Mollare è quando si accettano compromessi per seguire il mainstream.

  • Giorgio Massignan
    Giorgio Massignan Rispondi

    Vale certamente la pena di scrivere e l’aumento dei lettori di Verona In lo dimostra. Mi rendo conto delle difficoltà e molte volte delle frustrazioni che si è costretti a patire, ma sino a quando ci saranno persone oneste e indipendenti che si impegnano a far sentire la propria voce e troveranno un giornale che ha il coraggio di pubblicarla, Verona potrà ancora definirsi una città libera e democratica.

commenti (2)

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