BannerAmazonVeronain615x60

C’è un uomo che, oltrepassati i settanta, dai primi giorni di giugno a fine settembre ogni mattina sale presto col trattore alla sua malga. Di là, verso Est, si domina la Val d’Adige e tutta la Lessinia, mentre a Ovest è schierata a tutta vista la dorsale del Baldo. Ha una ventina di mucche da latte, quest’anno forse meno, perché gli anni pesano e il lavoro è duro.

Chi risale la strada forestale per un paio di chilometri (la stessa percorsa nel Cinquecento dai reparti dell’esercito di Carlo V), lo troverà intento al suo lavoro di casaro. Un lavoro delicato, ma che consente di fare quattro chiacchiere finché il latte si riscalda. Lui, vissuto sempre nel suo piccolo paese, ha fatto tutti i mestieri che si possono o si devono imparare in montagna, sotto padrone o in proprio: il boscaiolo, il muratore, il contadino-pastore con le sue vacche; oggi, ormai pensionato, produce i formaggi che poi vende a una piccola rete di estimatori.

La persona in questione ha nome e cognome, ma non è ciò che qui importa. Ciò che importa è rendersi conto dell’esistenza di un patrimonio immateriale e memoriale conservato da uomini e donne della nostra montagna dalle loro famiglie e dal loro lavoro; da paesi, frazioni, case sparse, malghe, prati e boschi.

Un tesoro che assieme alla natura dei luoghi, ai paesaggi, alla biodiversità delle fasce climatiche montane, all’aria salubre, possono arricchire – non solo di informazioni, ma anche di valori umani genuini – la sete di conoscenza di chi, vivendo in città metropolitane e centri affollati e caotici, non ricorda più che esiste una dimensione diversa del vivere quotidiano.

Tutto questo, assieme alla grande “palestra” ginnico-sportiva rappresentata dalla montagna, costituisce un potenziale spendibile ai fini turistico economici della montagna veronese. Esiste cioè una potenziale utenza interprovinciale (Mantova, Modena, Ferrara, ma non solo), che vuole godere la montagna ad essa più vicina, spendendo il giusto per mangiare, dormire, camminare, capire la storia, le usanze di quelle “terre alte” e godere dei suoi ”beni”.

I tempi degli impianti di risalita sono finiti perché lo sci di discesa ha cambiato le proprie mete e vuole altri tipi di offerta, anche perché i cambiamenti climatici in atto hanno innalzato il limite della neve. In compenso persone di tutte le età consapevoli della qualità sempre peggiore dell’aria che si respira nelle città (ed in generale in pianura) e della vita sedentaria a cui certe attività le costringono sono sempre più stimolate a frequentare la montagna, per trovare spazi in cui muoversi e camminare, ma anche per vedere e comprendere luoghi e paesaggi che riportano ad un’altra dimensione di vita: una vita oggi è permeata di nuova tecnologia, tuttavia capace di non perdere le sue radici. Muoversi, camminare nel verde, riappropriarsi nel silenzio dei propri pensieri, soli o in compagnia, respirare aria buona che non sa di petrolio; dall’alto volgere lo sguardo ad orizzonti lontani di cui poco alla volta riconoscere i profili; adattarsi a ogni tempo, a dispetto delle previsioni, caldo o freddo, pioggia, neve o sole: è questo, ma non solo, che la gente cerca allontanandosi dalle città.

Ma la montagna con la sua gente e le sue storie può dare di più, senza quella inutile artificiosità che la renderebbe simile ad un grande parco di divertimenti: ma deve essere unita nell’offerta turistica sulla rete, per cogliere le potenzialità esprimibili dalle zone a Parco. Uno studio recente condotto dalla provincia di Trento in collaborazione con la SAT ha dimostrato, numeri alla mano, come le zone a parco diventano reali attrattori turistici con ricadute positive sull’economia territoriale; purché il parco non sia solo una parola scritta sui cartelli o sulla segnaletica dei sentieri.

La montagna si spopola, la vita in pianura attrae: ma di fatto è anche qualitativamente più stressante.

Paradossalmente, uno stimolo potrebbe venire proprio dalla crisi economica e occupazionale che da qualche anno penalizza l’Italia: i giovani – in particolare chi, fra questi, è attento alla realtà e ha spirito d’impresa – potrebbero decidere di rimanere, assieme a chi ha tenuto duro fino ad oggi, in Lessinia o sul Baldo, per custodire e preservare un patrimonio che è loro, ma nel contempo è un bene comune; per difenderlo da una scellerata visione di progresso inteso solo come guadagno immediato che rende, ma esaurisce in breve le risorse non più rinnovabili. Ma per difendere il territorio non servono solo risorse, bisogna soprattutto crederci. Fra chi ha speculato negli scorsi anni con l’edilizia pochi erano nativi e a questi nulla importava del dopo.

La montagna veronese potrebbe trovare nuove risorse economiche potenziando le realtà esistenti agricole e silvo-pastorali che rivalutino l’originalità e la genuinità dei prodotti per un mercato di qualità, integrandole con un turismo eno-gastronomico, escursionistico estivo ed invernale, con lo sci da fondo, con vacanze nel segno di eventi e offerte culturali, meglio se legati al territorio e alle tradizioni.

Occorre però fare squadra e non ripetere gli errori del passato. Chi, tra i meno giovani, non ricorda – emblematico esempio di miopia gestionale – il diverso skipass fra San Giorgio e Branchetto ?

Le amministrazioni locali devono aiutare in tutti modi chi ha il coraggio di avviare un’attività di ristorazione in quota e cerca di mantenerla attiva tutto l’anno con sacrifici personali ed economici: sono questi infatti i punti di riferimento che poi fanno conoscere il resto del territorio e creano un indotto, magari non immediato ma nel medio periodo.

Anche il lupo in Lessinia o l’orso girovago del Baldo – fattori di interesse non solo faunistico, ma di chi ama gli aspetti del wilderness – se da un lato costituiscono un problema concreto per gli allevatori, che contribuiscono in prima persona a mantenere viva la montagna, dall’altro si possono considerare una “negatività gestibile”: purché controllati e collocati in una visuale più ampia dove nessuno debba per forza perderci.

E qui ci ricolleghiamo alla storia raccontata all’inizio: che non vuole essere – si badi bene – una riedizione del mito del “buon selvaggio”, ma è un esempio concreto delle capacità e delle potenzialità umane, grazie alle quali molti abitanti della montagna hanno resistito là dove sono nati: anzitutto per difenderla e curarla, ma forse anche per condividerla, oggi, con i “foresti”. Con beneficio di entrambi.

Gian Antonio Premi

Tutto per la montagna e il trekking

commenti (0)

*

Il tuo indirizzo mail non verrà pubblicato

Puoi usare questi tag HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>