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DOSSIER Tirando le somme allo scadere del secondo mandato c’è poca sostanza nei quasi 10 anni di amministrazione Tosi. Il sindaco di Verona ha messo subito in chiaro il suo rapporto con i giornali, querelandoli. Ma ai media deve anche la sua fortuna. Sindaco del decoro urbano, forte con i barboni, un po’ meno con chi deturpa la città con la violenza. Scarso interesse per la cultura, mancanza di una visione di insieme per lo sviluppo della città, la cui pianificazione è stata lasciata in mano ai privati. I fallimenti: Traforo, Ca’ del Bue, Fondazione Arena…

Flavio Tosi viene eletto Consigliere della Regione Veneto nel 2000 e nel 2005 torna a Palazzo Ferro Fini con il record assoluto di preferenze: 28.000 voti. In quell’amministrazione ricopre la carica di assessore regionale alla Sanità, sino al 25 giugno 2007. Il 29 maggio 2007 viene eletto Sindaco di Verona con il 60,75% dei voti. Il 7 maggio 2012 è rieletto per un secondo mandato con il 57% delle preferenze. Nel maggio 2014, alle elezioni europee, Tosi risulta secondo con 99.567 voti, dopo il segretario della Lega Nord Matteo Salvini che ottiene 108.238 voti. L’11 luglio 2014 rassegna le dimissioni da parlamentare europeo per continuare la sua attività di Sindaco.

Tra circa un anno terminerà la seconda amministrazione Tosi e, secondo la normativa in vigore, dovrebbe essere l’ultima. Ma il Sindaco di Verona, che nel frattempo si è avvicinato molto al premier Matteo Renzi, chiede una revisione della legge Del Rio affinché sia estesa anche alle città con oltre tremila abitanti la possibilità dei tre mandati. Che il Sindaco di Verona cerchi di garantirsi altri cinque anni a capo dell’amministrazione comunale è comprensibile, lo è meno il silenzio assordante del PD locale, che è all’opposizione e il cui segretario nazionale è lo stesso Presidente del Consiglio.

Ma che meriti può vantare l’attuale Sindaco di Verona per i quali la città dovrebbe conferirgli il terzo mandato? Vediamo in rapida sintesi come egli ha amministrato la cosa pubblica in questi quasi dieci anni di governo.

Metodo delle querele
Dal 2007, anno della sua elezione a sindaco, ai primi mesi di febbraio 2014, il Sindaco Tosi deposita in Procura 69 proposizioni di querela per diffamazione. La giunta del Comune di Verona individua elementi di calunnia e diffamazione in articoli, dichiarazioni, volantini, mail e post su facebook. I costi delle querele non sempre sono contenuti nelle funzioni dell’Avvocatura civica; infatti, il Comune si avvale anche di professionisti esterni, per una spesa di circa 28.908,50 euro.

Nel periodo considerato, le 69 proposizioni di querela portano a 1 condanna, 1 assoluzione, 11 giudizi conclusi con la remissione a seguito di rettifiche e/o scuse, 34 procedimenti che rimangono all’esame dell’autorità giudiziaria mentre sono 22 quelli archiviati. Oltre a privati cittadini sono querelate parecchie testate giornalistiche, tra cui: TG3, Il Corriere della Sera, Il Corriere di Verona, L’Arena, la Repubblica, L’Espresso, Il Fatto Quotidiano, Il Gazzettino, Il Manifesto, Il Messaggero.

Emblematica è la conclusione della vicenda Report, in seguito alla trasmissione condotta da Milena Gabanelli andata in onda il 7 aprile 2014. Infatti, il gip di Verona Livia Magri archivia la denuncia per diffamazione nei confronti del giornalista Sigfrido Ranucci, intentata nel 2014 dal Sindaco Tosi, e con l’ordinanza dell’8 febbraio 2016 incrimina il querelante.

Flavio Tosi durante la trasmissione radiofonica Un giorno da pecora
Flavio Tosi durante la trasmissione radiofonica Un giorno da pecora

Sicurezza e decoro urbano

Le prime ordinanze che Tosi firma fin dall’inizio del suo primo mandato riguardano la sicurezza e il decoro della città. Chiude immediatamente il campo nomadi di Boscomantico; fa sgomberare l’ex scuola materna Parini di Borgo Venezia occupata dal centro sociale La Chimica; chiude, per motivi di igiene, alcuni negozi gestiti da extracomunitari; allontana da via Mazzini i venditori ambulanti abusivi; intraprende una campagna contro i vagabondi che, a suo parere, compromettono il decoro del centro storico; attrezza le panchine con un bracciolo centrale per evitare che qualche clochard possa utilizzarle per stendersi; munisce il porticato del palazzo della Provincia e della Gran Guardia di cancellate per impedire l’entrata ai senza tetto, abituati a trascorrervi la notte (tra poco, per gli stessi motivi, seguirà la chiusura del cosiddetto giardino delle Poste); fa votare dalla giunta l’ordinanza antiprostituzione che prevede una multa per coloro che fermano il proprio veicolo per chiedere prestazioni sessuali; fa approvare l’ordinanza che impedisce di consumare cibo e bevande vicino all’ingresso degli edifici storici e dei monumenti cittadini. Tutti questi provvedimenti sono stati ampiamente pubblicizzati dai mass media locali, sia dalla stampa che da radio e soprattutto televisioni.

L’eco di queste iniziative, con la frequente presenza del Sindaco sulle reti nazionali, trasforma Flavio Tosi in un personaggio pubblico positivo. Egli diventa lo “sceriffo” di Verona e gli abitanti di altre città invidiano i veronesi per la presenza di un primo cittadino così attivo. Nel marzo 2011, con il 68,1% di consensi, Tosi risulta essere il Sindaco più amato d’Italia, a pari merito con Matteo Renzi, allora Sindaco di Firenze.

Una realtà ben diversa
Ma la realtà veronese è ben diversa rispetto a quella che Tosi presenta all’Italia. Se è vero che è riuscito a “liberare” via Mazzini dai vucumprà e a costringere i clochard a rifugiarsi all’esterno della città storica e di rappresentanza, il clima di violenza che si respira tra le vie del centro storico di Verona è allarmante.

Gruppi di ragazzotti, che si atteggiano a picchiatori di matrice fascista, segnano il territorio minacciando coloro che vestono e si manifestano, anche silenziosamente, come appartenenti a gruppi diversi dai loro. Questi violenti provengono sia dalla buona borghesia cittadina che dalle frange più arrabbiate della periferia e della provincia. L’obiettivo è lo stesso: trovare un nemico da picchiare. Il Sindaco Tosi, che si occupa del decoro, della forma, dell’estetica urbana, poco o nulla fa per contrastare e prevenire queste azioni violente, commentando quanto accade in modo sorprendentemente tiepido.

In questo clima, la notte del primo maggio 2008, di fronte alla centralissima Porta Leoni, con un banale pretesto, e a causa delle botte di un gruppo di picchiatori, all’età di 29 anni perde la vita Nicola Tommasoli. La sua colpa? Veste e porta capelli in modo diverso da coloro che ne provocano la morte.

Sono anni di violenza di matrice fascista, ma anche fine a se stessa. In questo clima le aggressioni si ripetono: all’interno e all’esterno del bar Posta; al bar Malta, a pochi metri da Piazza Dante; nei pressi di Ponte Navi. Si tratta anche di personaggi legati al Sindaco per fede politica, come accade nel marzo 2013, quando un consigliere di circoscrizione della Lista Tosi, per festeggiare la laurea non trova di meglio che provocare incidenti nei locali frequentati da giovani di sinistra: il Malacarne e l’Osteria ai Preti, a Veronetta. Risultato: botte, insulti e ammaccature, ma all’arrivo della Polizia i provocatori sono spariti.

Si tratta di gruppi di ragazzotti annoiati che ricorrono alla violenza contro chi è diverso da loro per giustificare un’esistenza vuota, mentre la violenza brutale spesso è accompagnata da eccessi di alcool e droga. Ma per Tosi la buona immagine di Verona deriva dall’assenza di barboni che cercano un riparo per passare la notte, mentre la violenza contro chi non si adegua a certi canoni formali a quanto pare non è da considerare pericolosa per il “decoro” della città.

Oltre alla pulizia “di classe”, il centro storico rappresenta per il Sindaco il luogo ideale dove ospitare i più volgari e inopportuni eventi: in Piazza Bra, Piazza Erbe e Piazza Dante i veronesi hanno visto piscine di plastica, strumenti pubblicitari invadenti, sagre della birra, cibi bavaresi, banchetti di ogni tipo, corse con automobili che al posto delle ruote hanno forme di formaggio, e chi più ne ha più ne metta. Per l’amministratore, che fu il più amato d’Italia, tutto questo non deturpa il decoro cittadino e così prosegue il rozzo scempio delle piazze storiche di Verona.

Città storica e patrimonio storico-culturale
Verona è stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Nelle vie e nelle piazze cittadine scorrono le più belle pagine di storia dell’arte, dal periodo classico romano, sino a quello asburgico. Nonostante questa ricchezza, il Sindaco Tosi pare consideri questo patrimonio culturale uno scomodo impiccio alla libertà di pianificare, o meglio, di non pianificare, preferendo di fatto delegare agli operatori privati le scelte strategiche sul futuro del territorio veronese. Scelte che obbediscono a un solo criterio:
creare profitto. In questi ultimi anni si è discusso molto, forse troppo, di coperture dell’Arena, cimitero verticale, ruota panoramica, di funivie per collegare aeroporto e stazione ferroviaria, centri commerciali, ristoranti, bar in antiche strutture militari e troppo poco di tutela e protezione del patrimonio artistico. Sembra quasi che il centro storico di Verona debba attirare i turisti non per il proprio valore culturale, ma come una sorta di nuova Gardaland.

Avvalora questo dubbio, sulla carenza di interesse per l’arte e la cultura da parte della giunta comunale, la mancanza di un assessore alla Cultura. Sì, perché la quarta città d’Italia per presenze turistiche non ha nella sua giunta un assessore alla Cultura, dimostrando con i fatti che opere d’arte, monumenti, reperti archeologici, contesti storico-urbani e gli ambiti naturalistici-ambientali valgono solo in funzione del reddito che se ne può ricavare. Così, ad esempio, accade che i vari reperti archeologici vengano visti più come impedimento per il proseguo di lavori edilizi che come risorsa culturale.

Con tale logica, l’anfiteatro romano deve essere messo nelle condizioni di ospitare il maggior numero di spettatori possibile e poter mettere in scena lo spettacolo con qualsiasi tempo: da qui nasce l’idea della copertura dell’Arena e viene da chiedersi se in seguito si ipotizzerà la chiusura termica del monumento simbolo di Verona per poterlo utilizzare anche durante l’inverno. La stessa sorte toccherà al Teatro Romano? Il parco delle mura sarà trasformato in un parco divertimenti, con punti di ristoro, giostre, sale video e magari comparse in costume di armigeri scaligeri?

La vendita dei palazzi storici
Per fare cassa, il Sindaco Tosi vende i “gioielli di famiglia”, molti dei quali la municipalità di Verona li ha ricevuti in eredità da vari lasciti, per usarli a favore della collettività. Vengono così ceduti alla Fondazione Cariverona lo storico  Palazzo del Capitanio, per 18 milioni di euro; Castel San Pietro, per circa 11 milioni di euro; Palazzo Forti, con l’intero isolato, per 33 milioni di euro e palazzo Pompei. Palazzo Gobetti, di origine quattrocentesca, viene venduto al prezzo di 6,4 milioni di euro a una immobiliare, che potrà realizzare appartamenti; l’ex convento francescano di San Domenico è liquidato per circa 12 milioni di euro. Il centralissimo palazzetto del Bar Borsa è alienato per 4,8 milioni di euro alla Valpadana Costruzioni.

La statua di Dante Alighieri in piazza dei Signori (Verona)
La statua di Dante Alighieri in piazza dei Signori (Verona)

A tutto questo è necessario aggiungere l’assurda e contraddittoria operazione del supermercato davanti alla Fiera. Nel 2009 viene acquisita dalla Polo Finanziario SPA (Cariverona, Banco Popolare e Cattolica Assicurazioni) l’area degli ex magazzini ortofrutticoli, di proprietà della Fondazione Cariverona. In cambio, il Comune cede Palazzo Forti e l’annesso isolato, valutati circa 33 milioni di euro. Lo scopo è quello di fornire alla Fiera spazi per facilitarne lo sviluppo. Questo è quanto dichiarato ai giornali dall’allora assessore all’Urbanistica Vito Giacino per giustificare l’operazione: «…un’area strategica torna in possesso del Comune e ci permetterà di garantire il futuro sviluppo della Fiera, uno dei principali volani per l’economia della città».

Logica che è smentita nel 2015, quando la stessa area è venduta a Esselunga per 27 milioni e mezzo. Un cattivo affare per il Comune e per i veronesi, che perdono uno dei più preziosi edifici del lascito Forti in cambio di un altro supermercato in ZAI. Questo non è che uno dei tanti esempi di come è stata amministrata la città in questi ultimi anni.

La pianificazione o la non pianificazione del territorio
Il metodo della giunta Tosi per pianificare il territorio veronese è quello, di fatto, di delegare le scelte agli operatori privati. La devastazione che ne deriva sarà pagata in termine di salute pubblica, impatto sociale, traffico incontrollabile e grave squilibrio urbanistico. Cosa ne sarà di Verona Sud in seguito alla costruzione di circa 3 milioni di metri cubi di commerciale, terziario, alberghiero, ricettivo e direzionale, oltre a 1 milione di metri cubi di residenziale? Alla Marangona, su un’area di circa 40 mila metri quadrati, pare che si aggiungano, a quelli già previsti, altri 100 mila metri quadrati di spazi commerciali per fare spazio a Ikea. Cosa ne sarà dell’intero territorio comunale se saranno realizzati 10.900 nuovi alloggi previsti nel PAT (Piano di Assetto del Territorio) oltre ad altri 750 mila metri quadrati di edifici ad uso commerciale, terziario e produttivo?

Inoltre, le aree agricole collinari, paesaggisticamente più preziose e ambientalmente più fragili, non sono state salvaguardate e sono previsti 25 mila metri quadrati di residenziale ad Avesa e Quinzano. Tutto questo perché dagli oneri urbanistici derivanti dalle concessioni edilizie si possono incamerare migliaia di euro da utilizzare anche per la spesa comune.

Il rapporto tra la componente politico-amministrativa e quella degli affaristi sta alla base della stesura del PAT e del PI (Piano degli Interventi) ponendo in secondo piano regole, norme, studi e proposte che in questo modo sono considerate più un ostacolo che un punto di riferimento per le trattative tra pubblici amministratori e privati. Chi ha interesse a costruire, preme per continuare a farlo, soffocando il territorio di edifici per la residenza, il direzionale, il terziario e i centri commerciali.

In questo periodo di lunga e grave crisi economica, nasce spontanea la domanda da dove e da chi provengano i capitali necessari a realizzare una tale cementificazione del territorio. La stessa teoria che l’edilizia favorisca l’economia è fuorviante. Infatti, nel quinquennio 1998-2003 l’attività edilizia è cresciuta del +17,6%, mentre il PIL nazionale, nello stesso periodo, è cresciuto solo del +7,2%.

Eppure gli estensori del recente PAT decennale, non considerando il saldo demografico negativo e gli oltre 10.000 appartamenti sfitti, ma calcolando un ipotetico e inverosimile aumento di popolazione di 25.000 abitanti in dieci anni, hanno programmato nuovi insediamenti per circa 4.300.000 mc, (al nuovo volume di 2.843.900 mc vanno sommati i 700.000 mc non ancora edificati del vecchio PRG e un volume di riserva pari a 750.000 mc). Di questi, circa 80.000 sono in zone collinari geologicamente fragili e paesaggisticamente preziose.

Nonostante la crisi economica e il numero sempre crescente di negozi e uffici vuoti, a Verona sono stati pianificati circa 3.000.000 mc (circa 750.000 mq), di edifici ad uso commerciale, terziario, direzionale e alberghiero. Va evidenziato che il PI ha accolto circa 400 manifestazioni d’interesse dei privati sulle 600 presentate e potenzialmente consuma, in cinque anni, quasi l’intera volumetria prevista dal programma decennale del PAT per il settore produttivo (2.460.615 mc).

Nel Comune di Verona, secondo i dati censuari, nel 2000 c’erano circa 7.500 ettari di superficie agricola totale. Nel 2011 questa superficie si riduce a circa 6.000 ettari e con l’attuale pianificazione calerà ancora. La superficie agricola trasformabile nel PI quinquennale, ammonta a circa 113 ettari, che raffrontata con la previsione decennale del PAT di 168 ettari, da sola rappresenta oltre il 67 % .

Il territorio veronese ha una percentuale di verde urbano inferiore al 5% e una percentuale di zone protette fra le più basse in assoluto. Nonostante questo, il PAT e il PI non prevedono interventi efficaci per la realizzazione di grandi parchi piantumati che possano eliminare, almeno in parte, l’inquinamento atmosferico e aumentare la qualità urbana di Verona. Infine, per evitare intralci alle esigenze degli operatori privati, il Comune di Verona non ha mai predisposto i Piani Ambientali previsti per le singole zone protette (SIC e ZPS).

Il cimitero verticale, qui nella versione milanese dell'architetto Pieluigi Lanza: 34 piani per 60 mila salme
Il cimitero verticale nella versione milanese dell’architetto Pieluigi Lanza: 34 piani, 60 mila salme

Le scelte che maggiormente appagano gli interessi degli operatori privati sono i centri commerciali, che deturpano il paesaggio e congestionano il traffico delle zone dove sono localizzati. Lasciare a questi privati la possibilità di decidere come utilizzare il territorio significa non solo realizzare quasi esclusivamente ciò che è nell’interesse degli speculatori, determinando una prevedibile e pesante eredità per le generazioni future – che dovranno risolvere i problemi di mobilità, di sovradimensionamento di capannoni e di edifici non idonei e la conseguente riqualificazione di aree abbandonate e fatiscenti –, ma anche imporre un modello che in altri Paesi si sta esaurendo.

Solo in ZAI, sono previsti circa 430.000 mq di centri commerciali, ai quali, molto probabilmente, si aggiungeranno i 100.000 mq dello store Ikea. La saturazione del territorio e la sovrapposizione dei centri commerciali e del bacino di utenza sono le cause prime della loro crisi all’estero. Nella nostra città le condizioni che hanno determinato quelle cause sono addirittura pianificate. Si calcola che per permettere a tutti i centri commerciali previsti a Verona di sopravvivere servirebbe una popolazione di oltre due milioni di abitanti, mentre Verona con la sua provincia ne conta meno di un milione.

Anche a causa di queste scelte, il centro storico è ridotto a spazio commerciale per poche e specifiche merci, luogo per la vita notturna, a zona dove scorrazzano folle di turisti frettolosi. Ma soprattutto non ci sono più gli abitanti e senza abitanti una città è morta, perde il motivo per cui è nata. Se si vuole impedire che Verona si riduca a un luogo senza vita è necessario attuare le giuste scelte di politica urbanistica per riportare le coppie giovani in centro, per realizzare un efficiente e non inquinante sistema di mobilità pubblica e per ricreare, anche con doverose politiche economiche, il vecchio e tradizionale modello dei negozi di vicinato.

Il traforo delle Torricelle
Ma più grave, perché potrebbe mettere a rischio la salute dei veronesi, è il progetto, purtroppo non ancora cestinato, del traforo delle Torricelle (le ultime propaggini delle Prealpi prima della pianura padana). Il suo carico inquinante di oltre 370 tonnellate/anno di PM10, sarebbe a circa 2 km da piazza Bra, a 500 metri dall’Ospedale Maggiore, limitrofo a istituti scolastici e a zone intensamente abitate con scuole materne e asili nido.

L’idea è quella di costruire un anello autostradale a Nord della città lungo 11.600 m, di cui 2.200 a doppia canna, poi proposto da Technital a canna singola, in galleria naturale (traforo della collina) e 2.400 in galleria artificiale, con un costo preventivato di circa 450 milioni di euro. Sarebbe realizzato con la formula del project financing.

Nel 2009 l’amministrazione individua nel promotore Technital il soggetto che potrebbe realizzare l’infrastrutttura dopo essersi aggiudicato l’appalto. Una volta realizzata l’opera, i privati la gestirebbero per 45 anni, periodo durante il quale i pedaggi contribuirebbero a coprire le spese e a consentire i guadagni. Ma nel caso che le entrate fossero insufficienti, ad esempio per la riduzione del traffico, il Comune compenserebbe cedendo alcune aree che insistono sul traforo, con l’autorizzazione a costruire. Per completare l’anello, il traforo dovrebbe essere collegato con l’arteria denominata Gronda Nord. Quest’ultima, che si allaccerebbe alla tangenziale che proviene da Sud, attraverserebbe le ultime aree rurali a ridosso del fiume e limitrofe al Parco dell’Adige, che sono paesaggisticamente tra le più pregiate del Comune, e le devasterebbe.

SIndaci veronesi in Piazza Bra per manifestare contro l'impianto di Ca' del Bue
Sindaci veronesi in Piazza Bra per manifestare contro l’impianto di Ca’ del Bue.

L’inceneritore di Ca’ del Bue
Tosi, vinte le elezioni contro il sindaco uscente Paolo Zanotto, in linea con i programmi dell’assessorato all’Ambiente della Regione, allora presieduto da Giancarlo Conta, si impegna a costruire all’interno dell’inceneritore-termovalorizzatore di Ca’ del Bue una nuova sezione di forni a griglia, in aggiunta, e non in sostituzione, dei vecchi forni a letto fluido, già esistenti dal lontano 2008, anno in cui furono terminati i lavori per la realizzazione dell’impianto, da sempre palla al piede di ogni amministrazione e mai entrato realmente in funzione.

Verso la metà del 2008 monta la protesta che coinvolge i comitati dei cittadini e i sindaci di San Giovanni Lupatoto, San Martino Buon Albergo e Zevio, i tre comuni confinanti con l’inceneritore. Sotto accusa è la soluzione dei forni a griglia e le emissioni che ne deriverebbero una volta attivati, ritenute pericolose per la salute di chi abita vicino alla struttura. Operazione non poco azzardata perché prevede di avviare il progetto di un nuovo impianto, procedendo al raddoppio, prima di avere definito la questione di quello vecchio. Ignorando totalmente le proteste dei cittadini, la giunta Tosi segue la logica perversa che più si brucia, più si guadagna.

Anche nel caso dell’inceneritore, come in molti altri, si offrono ai privati opportunità molto vantaggiose. Nel bando di project financing per la costruzione dei due nuovi forni, approvato nel dicembre 2008, viene proposta una tecnologia a griglia, capace di trattare 600 tonnellate al giorno (190 mila all’anno) di rifiuti solidi urbani (la parte non differenziata del rifiuto) con una tariffa di conferimento (cioè quello che devono pagare i Comuni per portare i rifiuti all’impianto) di 112 euro per tonnellata. Ovvio che il business funziona se giornalmente vengono bruciate almeno 600 tonnellate di rifiuti, a scapito della raccolta differenziata.

Attualmente, la produzione giornaliera di rifiuti a Verona viaggia sulle 350 tonnellate, insufficienti per alimentare un forno da 600, quindi, per sfruttare la potenzialità dell’impianto, avrebbero dovuto giungere rifiuti da altre province. Questo per quanto riguarda i nuovi forni a griglia; ma si devono riattivare anche i vecchi forni, in grado di trattare altre 400 tonnellate al giorno.

Fortunatamente tutto si è bloccato. Il primo stop è stato dato dal governo che ha tolto Ca’ del Bue dalla lista degli impianti strategici per bruciare rifiuti; il secondo dalla Regione, che con una mozione di maggioranza (Lega Nord e Lista Zaia), impegna la giunta regionale a non attivare più inceneritori oltre ai due già attivi a Padova e Schio.

L’Arsenale
L’Arsenale, gioiello di architettura militare asburgica situato nel centro di Verona, sarebbe la sede ideale per il Museo di Scienze Naturali. Potrebbe ospitare tutte le preziose collezioni, i diversi laboratori di ricerca e anche spazi didattici e informativi per le scuole e per altri tipi di utenti. Opzioni che la sede prevista dall’amministrazione per il museo, Castel San Pietro, non è in grado di rispettare per la scarsa superficie a disposizione. Oltre al rischio di smembrare uno dei più importanti musei di scienze naturali d’Europa, la scelta d’uso della giunta Tosi riduce l’ex Arsenale a un coacervo di attività commerciali, di uffici e di attività culturali varie, non tenendo in alcun conto le caratteristiche architettoniche e filologiche dell’ex magazzino austriaco.

Per raggiungere questi obiettivi, il Sindaco Tosi insiste con il fallimentare sistema del project financing, che permetterebbe ai privati, in questo caso l’Italiana Costruzioni SPA, di gestire il 33% dell’intera area ad uso commerciale, per circa 50 anni, investendo 32 milioni di euro. Il Comune ne metterebbe altri 12 e utilizzerebbe la parte pubblica inserendo nella corte Ovest servizi direzionali come uffici e attività culturali, non si capisce di che tipo e sotto quale gestione. Nella Corte Est è prevista una Città dei ragazzi, ipotesi che sarebbe più idonea a contatto e in collaborazione con un museo di scienze naturali piuttosto che con negozi e uffici di varia natura. Nella palazzina Comando verrebbe realizzato un auditorium con 450 posti. Scelta che avrebbe un senso logico se fosse collegata alla destinazione museale di parte della struttura, non certamente all’interno di un’area che sarà soprattutto commerciale e direzionale.

Flavio-Tosi
Flavio Tosi

Scelte assurde, che interromperanno la possibilità di dare all’intera struttura funzioni collegate e omogenee, rendendola l’ennesimo tassello di un abito di arlecchino, con soluzioni scollegate tra loro, simili a quelle previste per Verona Sud, anche queste pianificate sulla base degli interessi dei vari operatori privati, senza un avisione di insieme. In particolare, i privati interverranno nella Corte Centrale, che sarebbe assurdamente coperta da una grande cupola in vetro e acciaio con all’interno una passerella panoramica sulla città; sotto questa cupola dovrebbe essere organizzata la Cittadella del gusto, lsciando qualche spazio per gli eventi culturali.

Il furto di Castelvecchio
Nel mese di novembre 2015 dal Museo di Castelvecchio vengono rubate diciassette opere di Pisanello, Caroto, Mantegna, Rubens, Tintoretto, Bellini, Benini e Hans de Jode per un valore stimato di circa 15 milioni di euro. Ancora una volta nessuna assunzione di responsabilità e nessuna autocritica da parte del Sindaco Tosi, nonostante siano state accertate una carenza nella sorveglianza e una copertura assicurativa, in caso di furto, pari soltanto a 1 milione di euro. Risultano evidenti le responsabilità del Sindaco nella scelta della chiacchierata (ma più economica) Sicuritalia per la sorveglianza del Museo e sul tipo di polizza stipulato, anche ai fini di consentire con l’indennità l’acquisto di altre opere. Malgrado la grave rapina subita, sembra non sia cambiato molto rispetto a prima dell’evento criminale.

La liquidazione della Fondazione Arena
Anche la Fondazione Arena naviga in pessime acque. Il Sindaco Tosi, che ne è il presidente, non risolve i problemi, in parte ereditati dal passato; anzi, la sua gestione porta il deficit dell’ex Ente Lirico a ben 24 milioni di euro. Ancora una volta il Sindaco non si assume alcuna responsabilità e tenta di scaricare sulle maestranze la causa della crisi. Ma chi, nel 2015, ha riconfermato Francesco Girondini nel ruolo di sovrintendente, di fronte all’inadeguatezza per un ruolo così importante e difficile? Chi, se non il Sindaco, ancora preferisce la prova di forza alla trattativa? Chi ha voluto la nuova direttrice Francesca Tartarotti, una lady di ferro, come è stata definita, che a fronte di un lauto stipendio non pare approdare a nulla? E infine, chi ha posto in liquidazione la stessa Fondazione, uno dei più antichi e prestigiosi festival lirici internazionali, che dopo oltre 100 anni di storia rischia di fallire per l’incapacità di questa amministrazione di mantenere in vita le eccellenze cittadine?

Varie ed eventuali.
Nel 2007, poco dopo l’elezione di Flavio Tosi a Sindaco di Verona, la moglie, Stefania Villanova, viene promossa da impiegata semplice a capo della segreteria dell’assessorato alla Sanità della Regione Veneto, passando da uno stipendio di 25.000 euro lordi annui ad uno di 70.000. Tutto regolare, secondo la legge approvata dal Consiglio Regionale nel 2003 che contempla la possibilità di incarico dei capi segreteria degli assessori senza concorso, ma è una strana la coincidenza.

Roberto Bolis
Roberto Bolis

Nel novembre 2010, il Sindaco Tosi revoca la carica di assessore a Mario Rossi (Udc), accusato di aver detto che «il vero sindaco di Verona è Roberto Bolis», il giornalista che è insieme direttore dell’Ufficio stampa del Comune e portavoce di Tosi. Nel 2011 il settimanale l’Espresso riporta lo stipendio annuo di Bolis: 170.000 euro, denunciando che tale compenso è superiore a quello del Direttore generale e del Segretario generale del Comune di Verona.

Durante il periodo in cui Tosi amministra la città di Verona, avvengono fatti giudiziari che coinvolgono persone della sua amministrazione o comunque a lui vicine. Il caso più eclatante è sicuramente quello che riguarda l’ex Vicesindaco e assessore all’Urbanistica Vito Giacino, che nel dicembre 2014 viene condannato in primo grado a 5 anni di reclusione per corruzione; ci sono poi le inchieste sulla Parentopoli veronese che, nonostante le assoluzioni in primo grado del maggio 2015, lasciano ombre sulle modalità di assunzione nelle aziende partecipate del Comune. E poi lo scandalo Agec, con due processi e le condanne in primo grado del dicembre 2014 (Agec 1) e del dicembre 2015 (Agec 2) di alcuni dirigenti per falso, turbativa d’asta e abuso di ufficio, sentenze che si ripercuotono, nel caso del processo Agec 2, anche sugli equilibri di Palazzo Barbieri per effetto della Legge Severino, rendendo la maggioranza sempre più precaria.

Per quanto riguarda le vicende giudiziarie che hanno coinvolto in prima persona il Sindaco di Verona, ricordiamo che nel 2001 il procuratore capo Guido Papalia rinvia a giudizio Flavio Tosi per violazione della legge Mancino ai danni di individui di etnia Rom e Sinti. Nel 2005 Tosi viene condannato in primo grado a sei mesi di reclusione e a tre anni di interdizione a partecipare ad elezioni politiche ed amministrative. Gli viene riconosciuta la sospensione condizionale della pena. Il 30 gennaio 2007, al processo d’appello, il giudice lo assolve dall’accusa di “istigazione alla discriminazione” perché il fatto non sussiste, ma conferma la condanna, riducendo però le pene, per aver organizzato una propaganda di idee fondate sull’odio e sulla superiorità etnica e razziale. Il 13 dicembre 2007 la Cassazione annulla la sentenza d’appello, rinviando Tosi a nuovo giudizio. Il 20 ottobre 2008 la Corte d’appello conferma la condanna di Tosi a due mesi di reclusione. L’11 luglio 2009 la Cassazione condanna in via definitiva Flavio Tosi a due mesi di reclusione, con sospensione della pena.

Giorgio Massignan

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Giorgio Massignan

L'autore: Giorgio Massignan

Giorgio Massignan, nato il 21 maggio 1952 a Verona. Residente a Verona, laureato in architettura e urbanistica presso lo IUAV di Venezia nel 1977. Autore di studi sulla pianificazione territoriale in Italia e in altri paesi europei ed extraeuropei. Autore di quattro romanzi a tema ambientale e di un libro sui meccanismi di gestione del territorio a Verona dal 1948 ad oggi. Già presidente della sezione veronese di Italia Nostra, già segretario regionale del Consiglio regionale di Italia Nostra, attuale delegato regionale alla commissione nazionale di pianificazione di Italia Nostra. Già assessore alla pianificazione del Comune di Verona negli anni 1992-93. Già presidente dell'Ordine degli Architetti di Verona. Attuale responsabile dell'osservatorio territoriale VeronaPolis. giorgio.massignan@massignan.com

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