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Elezioni1

Leggo di inviti pressanti a votare ai referendum, quasi un dovere, chi non ci va non è un vero democratico. Mi spiace, ma non è vero. Anche non andare a votare è un diritto, è espressione di una volontà politica. Di fronte all’invito al voto, sia per elezioni di rappresentanti sia per referendum popolare, uno decide la sua azione e la sua posizione in base alla sua volontà politica, cioè sceglie la modalità più adatta a ciò che vuole ottenere, anche non andando al voto, perché anche questa azione è permessa, è un diritto, ed ha la sua conseguenza politica.

Nel caso del referendum, non andare a votare non è banalmente voglia di andare al mare o a divertirsi genericamente, ma può essere espressione di una precisa volontà, perché se manca il quorum dei votanti c’è un effetto ben preciso, prima della conta dei voti. Quindi chi non va a votare non è un reprobo, un non democratico, un minus habens, ma esprime la stessa dignità politica di chi va e vota.

Ciò si chiarisce bene in relazione alle elezioni, politiche o amministrative, e qui la legge elettorale dovrebbe essere modificata perché i non votanti sono sempre di più, spesso espressione convinta e arrabbiata di una protesta e comunque di una volontà precisa: nessun partito, nessun candidato né alcun programma corrisponde alle mia aspirazioni!

Ma se i non votanti sono più della metà, cioè se i votanti non arrivano al 50 %, dovrebbe esserci una conseguenza concreta, non procedere come se avesse votato il 100 % degli aventi diritto: i seggi non dovrebbero essere tutti assegnati! Se sono 600 i seggi per la Camera dei Deputati da eleggere, e se vota solo il 50 %, allora vanno eletti solo 300 deputati, la metà, dando così reale effetto alla volontà dei non elettori, volontà che deve avere la stessa dignità di chi ha votato, perché anche chi vota non sempre è pienamente convinto, basti pensare a voti comperati o altro. E in questo modo si darebbe effetto a chi sceglie di non votare.

Quindi chi sceglie di non andare a votare, anche per il referendum, non è politicamente meno degno di chi vota, più o meno convinto. Anche il tentativo di non raggiungere il quorum e bloccare il referendum è un’azione politica.

Dino Poli

Dino Poli

L'autore: Dino Poli

Dino Poli si è diplomato al Liceo Maffei di Verona e si è laureato in Ingegneria elettronica a Padova. Ha insegnato elettronica all’IPSIA Giorgi (VR) e informatica industriale all’ITIS Marconi (VR) . E’ stato dirigente scolastico all’ITIS Marconi (VR), all’PSIA Leonardo da Vinci di Noventa Vicentina, all’IPSIA Giorgi (VR) e all’ITIS Ferraris (VR). E’ stato membro di Commissioni ministeriali, regionali, per MIUR e Confindustria, partecipando a vari Progetti europei. Appassionato di musica e canto, fa parte di diversi cori tra cui quello dei Musici Santa Cecilia. Grande passione per i viaggi e la montagna. dino.poli@fastwebnet.it

Commenti (3)

  • Marcello

    Non andare a votare è certamente permesso e non può essere impedito ma è difficile trarne poi dall’insieme di tante singole astensioni un pensiero politico (che non sia soltanto un indice di sfiducia), anche da parte del più esperto dei commentatori. Troppe essendo le variabili che pesano sulla scelta del singolo che si astiene, per non parlare dei motivi che possono scoraggiare la partecipazione al voto, dalle difficoltà fisiche al disinteresse o all’ignavia. Certo che è un diritto individuale non andare a votare ma resto convinto che il buon cittadino debba andarci. Se nei Referendum levassimo il quorum o lo riducessimo soltanto alla metà la gente sarebbe ancor più incoraggiata a partecipare.

  • lorenzo dalai

    nella Riforma Costituzionale approvata in sesta lettura ieri dalla Camera e che verrà sottoposta a Referendum confermativo in ottobre, è prevista la revisione del quorum, che non sarà più riferito al totale del corpo elettorale, bensì agli effettivi votanti delle ultime elezioni Politiche. Ciò renderà più agevole il raggiungimento della validità nel caso di quesiti realmente importanti e nel contempo toglierà ogni scusante nel caso di bocciatura. Un passo avanti per ridare dignità ad una istituzione che, con un utilizzo disinvolto, ha nel tempo perso la sua valenza.
    Lorenzo Dalai

  • Il postulato di Dino (che è poi quello di Napolitano) ha una sua logica in un contesto di partiti che non danno una grande importanza al voto, di presidenti della repubblica che insediano a raffica primi ministri mai eletti dagli elettori, di lobby economiche che bypassano il parlamento e trattano direttamente coi ministri.

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