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Intervista con Delfo Azzolin, responsabile del Veneto della FABI, sul recente decreto legge che pone le regole per la riforma delle Banche di Credito Cooperativo (BCC).

Dopo la riforma della disciplina delle Banche popolari, il Governo ha deciso di compiere un altro importante passo nell’ampio disegno di ristrutturazione e innovazione della normativa italiana concernente l’intero sistema bancario, con l’obiettivo di rafforzarlo, di renderlo più resistente di fronte a possibile shock, di mettere gli istituti nelle condizioni di finanziare adeguatamente l’economia reale e di favorire così la crescita e l’occupazione.

Nasce da queste esigenze il decreto legge n.18 del 14 febbraio 2016, “Misure urgenti concernenti la riforma delle banche di credito cooperativo, la garanzia sulla cartolarizzazione delle sofferenze, il regime fiscale relativo alle procedure di crisi e la gestione collettiva del risparmio”. Il decreto si compone di ventuno articoli, ma l’interesse principale risiede innanzitutto nei primi due, attraverso i quali viene per l’appunto ridisegnato il sistema del credito cooperativo italiano, introducendo forti elementi di innovazione, una serie di misure che favoriranno gli accorpamenti, proprio per supportare meglio le perdite derivate da crediti inesigibili e al tempo stesso cercando di mantenerne integra l’identità, anche per quanto riguarda l’aspetto del recepimento dell’accordo raggiunto con la Commissione Europea.

Ne parliamo con Delfo Azzolin, responsabile del Veneto della FABI, importante sindacato dei dipendenti bancari, proprio per il settore del Credito Cooperativo.

– Quante sono in Veneto le banche interessate dal provvedimento e quanti sportelli e addetti sono coinvolti?
«Negli ultimissimi giorni si sono un po’ frenati gli accorpamenti che erano in corso già da tempo, a causa dell’attesa di conoscere esattamente le nuove normative che sono entrate in vigore; comunque attualmente le Banche di Credito Cooperativo nel Veneto sono 29 e hanno 590 filiali con un totale di 4.300 dipendenti. Ci sono poi due società che fanno capo sempre allo stesso settore e che hanno 120 dipendenti. Sicuramente ora riprenderà il processo di aggregazione che dovrebbe ridurre ulteriormente il numero di istituti, appunto per avere banche con un maggior peso».

– Questi accorpamenti potrebbero portare significative riduzioni di personale e di numero degli sportelli? Come nel caso di Montagnana dove sono stati annunciati 80 esuberi, su di un totale di 240 dipendenti?
«Non possiamo escludere a priori che possano esserci razionalizzazioni, ma non come nel caso citato dove si sono verificate gravi problematiche nella governance della banca, che hanno portato ad una situazione abbastanza atipica. Di sicuro avremo una diminuzione di Consigli di Amministrazione e di dirigenti di alto livello, che in passato, com’è facile comprendere, erano stati uno dei motivi frenanti di un reale riassetto del settore, mentre mi sento di affermare che la vicinanza al territorio, scopo statutario precipuo dei nostri istituti, non sarà abbandonata. Anzi dovrebbe uscirne rafforzata appunto perché i problemi di sofferenze che si sono verificati, sono nati da un certo avventurismo che ha visto in passato la ricerca di rapporti con grandi aziende, per aumentare i volumi di affari. In molti casi questo è stato deleterio, mentre il riprendere in pieno il rapporto con artigiani, commercianti, agricoltori e piccoli industriali darà sicuramente migliori prospettive».

– Il governo, con il provvedimento di riforma, ha compiuto un “sopruso”, oppure ha  posto le basi per un ammodernamento del settore?
«Riteniamo che la riforma presenti sicuramente aspetti positivi, perché anche se in passato ci sono stati accorpamenti spontanei – ma ora la spinta sarà sicuramente maggiore – così si avrà anche una migliore omogeneità di prodotti e servizi. Le BCC, anche se tutte aderenti a Federcasse, sono indipendenti e come tali avevano alcune dissonanze; è evidente inoltre che banche con 15 dipendenti, come ne avevamo finora, non potevano offrire servizi adeguati in un mondo in continua evoluzione, anche per quello che riguarda credito e investimenti».

– Tutto sommato a questo punto come sindacato avete una visione positiva riguardo al provvedimento di riforma?
«Direi di sì, soprattutto se le BCC eviteranno di seguire le modalità degli istituti di credito di altra dimensione; noi non dobbiamo inseguirli e cercare la competizione, ma essere vicini alle realtà economiche locali, mantenere gli sportelli aperti dove altri magari ritengono la loro presenza non più remunerativa. Sappiamo infatti che l’attività di cassa non ha più valore aggiunto, anzi spesso sono un costo, ma questo non ci deve portare a ridurre eccessivamente questi servizi; mantenere questa operatività può consentire di consolidare e accrescere il nostro rapporto con i piccoli risparmiatori. Certo le nostre banche devono produrre utili, ma non abbiamo il vincolo di dover distribuire dividendi; questo ci deve essere di aiuto per mantenere vivi sportelli che svolgono poche operazioni, ma che sono essenziali per la vita sociale dei territori, anche i più marginali».

Lorenzo Dalai

Lorenzo Dalai

L'autore: Lorenzo Dalai

Lorenzo Dalai è nato a Verona il 14 ottobre del 1952. Si è laureato in filosofia nel 1976, è sposato con Marilisa e ha tre figli. E’ stato responsabile dell’organizzazione aziendale di una catena di supermercati. Consigliere provinciale dal 2009 al 2014. Dal 1980 al 1988 Consigliere nazionale della Federazione Italiana Canoa Kayak, dal 2006 al 2007 Consigliere d’amministrazione di AMIA Verona Spa, dal 2008 al 2011 Consigliere d’amministrazione di AMT Verona Spa. Attualmente Consigliere comunale ad Erbezzo. mailto:lorenzo.dalai@gmail.com

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