BannerAmazonVeronain615x60

Un dialogo sulla mobile art con Giancarlo Beltrame che dà un quadro più aderente alla realtà di una espressione artistica spesso attribuita sbrigativamente agli smanettoni dei social network.

Sarà aperta fino al 2 marzo la mostra ContaminAzioni presso l’ex chiesa di San Pietro in Monastero, in via Garibaldi 3.
Espongono Giancarlo Beltrame (fotografia e videoinstallazioni), Mara Isolani (pittura) e Moreno Da Prato (scultura), tre artisti che in questa mostra dialogano tra loro e con le arti del passato, del presente e del futuro. La rassegna affida la propria originalità all’interazione – sebbene non programmata – tra i tre artisti dimostrando che ambiti espressivi diversi possono trovare linee di raccordo e completamento e riformularsi in un insieme nuovo.
Non mancherà l’occasione per tornare sugli artisti tradizionali, ma l’occasione di dialogare con uno degli esponenti della mobile art va colta, anche per fornire un quadro più aderente alla realtà di una espressione artistica che viene spesso attribuita sbrigativamente agli smanettoni da social network.
Giancarlo Beltrame ha insegnato nelle scuole medie inferiori e alle superiori, all’università; è critico cinematografico. Ha ideato e diretto, in collaborazioni con altri, il film festival Schermi d’Amore e Isma – International Salon of Mobile Art.
Da qualche anno è fotografo, iPhoneartista e videomaker. Le sue opere sono state esposte al Lamaf (Los Angeles Mobile Art Festival) a Santa Monica, al Mopa di San Diego, al Brest Gallery Museum a Jacksonville, alla Mira Forum Gallery di Oporto, al Fipa di Firenze, al Mart e in due edizioni Le gallerie The Empty Spaces Project a Putnam, Connecticut, e Spazio Pretto a Trento gli hanno dedicato una personale.

Giancarlo Beltrame – Foto DisMappa

– Tu affermi che il fenomeno è planetario e quindi non può essere contenuto entro perimetri nazionali. Le arti che l’hanno preceduta hanno comunque prima o poi assunto anche connotazioni locali: può nascere una via italiana alla mobile art?

«All’interno del fenomeno globale della Mobile Art, che si caratterizza per la presenza di una comunità internazionale in stretto contatto e in un continuo confronto, esiste un attivo gruppo di italiani, ognuno dei quali si caratterizza per una personale interpretazione. Una prima grande distinzione, che riflette quella esistente a livello mondiale, è tra chi utilizza lo smartphone come macchina fotografica a pronto uso e chi predilige invece il lavoro di postproduzione degli scatti con le più svariate app, fino a soluzione di manipolazioni estreme come i miei lavori.
Nel primo gruppo ci sono gli amanti dell’Hipstamatic (o in subordine, dal punto di vista dei risultati, non della diffusione sui social network, di Instagram o EyeEm). Fin da subito, attorno a Roberto Murgia, un medico con la passione dell’iPhoneography e ispiratore delle prime mostre di Mobile Photography fatte in Italia, è nato un gruppo di bravissimi hipstafotografi, da Simone Muresu al bolognese Nicola Casamassima. Qui a Verona un grande interprete di questa linea è Maurizio Zanetti. E a Trento abbiamo Luca Chistè, che affianca al suo lavoro fotografico con il banco ottico e la macchina digitale full frame, una ricerca con la combinazione classica di Hipstamatic.
Nel secondo gruppo ci sono artisti come il toscano Gianluca Ricoveri, autore di strepitosi e coloratissimi paesaggi, la milanese Federica Corbelli, esploratrice di atmosfere dark e tracce umane in ambienti abbandonati e in rovina, il marchigiano Rino Rossi, il piemontese Davide Capponi, il ligure Cristian Margarita, il romano Giuseppe Iannicelli, il fiorentino Ale Di Gangi. E sicuramente dimentico qualcuno.
Poi c’è il vulcanico Andrea Bigiarini, che ha inventato il New Era Museum, che raccoglie i migliori artisti mondiali della Mobile Art, ed è il promotore di iniziative, come il Fipa a Firenze o IH Impossible Humans Unexpected Happening che si terrà a metà a metà marzo a Roma. Iniziative che portano in Italia le immagini dei più bravi mobileartisti del globo».

– La diffusione di smartphones, tablets e altri dispositivi che permettono la cattura di immagini anche con ottima definizione sta spostando l’approccio alla fotografia dalla qualità alla quantità: su centinaia di scatti alcuni possono avere – per caso – una validità artistica. E’ anche questa mobile art?

«Come non tutte le fotografie realizzate con i più diversi metodi e le più svariate strumentazioni nei 177 anni della storia della fotografia sono arte, a maggior ragione non basta avere uno smartphone o un tablet in mano per scattare un’immagine che abbia una valenza artistica. La diversità tra il passato e oggi è che mentre una volta i milioni di brutti scatti restavano nei cassetti delle case, oggi si rendono immediatamente visibili nella rete (o meglio, nella propria rete). Ciò che fa la differenza sul piano artistico sono da un lato la consapevolezza e dall’altro il progetto. Un singolo scatto, per quanto bello, non fa primavera. Può essere o l’espresione di un talento che andrebbe coltivato o un felice incontro con quello che Franco Vaccari chiamava inconscio tecnologico e che oggi si manifesta nelle forme dell’artificialità semintelligente degli apparecchi mobili».

– La facilità e la velocità di condivisione delle opere realizzate sicuramente ne favorisce la visibilità ma ne sminuisce il valore e compromette la persistenza nel tempo. Come è possibile contrastare questa volatilità?

«Molti mobilartisti si sono posti questo problema. La soluzione è stata, quasi inevitabilmente, quella di affiancare alle immagini digitali la stampa su carta. Per quanto mi riguarda, sulla scia dell’esperienza fatta dall’amico Luca Chistè, ho puntato sulla stampa fotografica fine art. In questo modo non solo ho il controllo completo dell’intera lavorazione dell’opera, dallo scatto su iPhone all’elaborazione con le varie app su iPad, dalla ricampionatura nella misura che ritengo ottimale alla stampa su carta cotone 100% (quindi di durata secolare) con una stampante a getto con 12 inchiostri ai pigmenti (resistenti per almeno 100 anni al normale degrado dovuto all’esposizione alla luce), ma riesco a garantire il numero di copie tirate e la loro durata. Penso che presto altri seguiranno questa strada».

– In alcune tue opere presenti nella mostra alcuni capolavori del passato vengono riproposti con leggere alterazioni che non ne compromettono la riconoscibilità, sovrapponendo ad essi scatti a loro volta manipolati. Chi guarda può essere indotto ad immaginare una sorta di macchina del tempo che porta indietro la tecnologia di cui ora disponiamo affinché restituisca a noi, con una nuova leggibilità, opere che hanno fatto la storia dell’arte, magari aggiungendo significati. E’ così?

«Sono figlio del mio tempo e del passato che ci ha preceduto. La mia, come ha messo in evidenza nella presentazione della mostra la conservatrice e curatrice della Galleria d’arte moderna Forti a Verona Patrizia Nuzzo, è un’operazione che rientra in pieno nel Postmoderno. Per decenni ho studiato il cinema e la fotografia, oltre a lasciarmi incantare dai migliori pittori di ogni epoca. Le opere che appaiono nei miei collage digitali, a volte elaborate fin oltre il limite della vandalizzazione, altre volte quasi dissacrate, sono sempre e comunque quelle che di autori che mi hanno trasmesso una forte emozione o una chiave di comprensione del loro e del nostro tempo. Io cerco di rapportarle ai nostri giorni con una riflessione metalinguistica sull’uso preminente a livello di massa dello strumento che io stesso utilizzo, ossia su quella particolare di autoritratto che è il selfie. Almeno nelle opere esposte in questa mostra. In altre seguo altre vie. Una è l’esplorazione dell’occhio e il suo rapporto, oserei dire quasi la sua introiezione, con quanto vede. Un’altra la rilettura dei miti classici. Un altro ancora sui miei fantasmi cinemtografici. E poi ci sono i ritratti fatti in un certo modo… Insomma, gli spunti non mi mancano!».

– Le tue presenze in varie rassegne in Europa e negli USA ti inseriscono in una importante rete di rapporti, conoscenze e condivisioni. Ci sarebbero le condizioni per realizzare a Verona un evento internazionale sulla mobile art. Potrà avvenire?

«Il progetto di Isma, il Salone Internazionale della Mobile Art, che con Chistè e Maria Teresa Ferrari abbiamo poi fatto al Mart di Rovereto nel novembre 2014 e ha coinvolto 200 artisti di tutto il mondo, era nato per essere fatto in quello straordinario spazio che è il Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri. Fu fermato all’ultimo passaggio, dopo aver avuto il consenso in tutte le fasi precedenti. Avrebbe potuto diventare un appuntamento annuale.Con la Ferrari abbiamo presentato anche un altro progetto a scadenza annuale per la Casa di Giulietta, ma pure questo poi si è arenato. Non bisogna dimenticare poi che le tre edizioni di SVAW! – Stop Violence Against Women che ho curato, coinvolgendo centinaia di artisti di tutto il mondo, sono state sempre presentate in prima battuta a Verona, a San Giorgetto la prima, al Camploy la seconda e al convegno Le Radici dei Diritti all’Università la terza.
Anche se ora mi sento troppo anziano, stanco e demotivato per lanciarmi in una nuova impegnativa impresa culturale di queste dimensioni (Isma è stato per me davvero sfiancante), se si creassero le condizioni, che vuol dire essenzialmente spazi adeguati e copertura delle spese di organizzazione, che non sono elevatissime, il mio contributo lo darei di certo. E sarebbe qualcosa di importante non solo sul piano artistico. Basti pensare ai tutti i laboratori didattici che si potrebbero organizzare per alfabetizzare generazioni di giovanissimi a un uso creativo di uno strumento che usano, spesso malamente, tutti i giorni, come è lo smartphone».

Gianni Falcone

Gianni Falcone

L'autore: Gianni Falcone

Gianni Falcone, irpino trapiantato a Verona da oltre quarant'anni si diverte ad avvicinarsi alle cose con uno sguardo diverso e una matita, ricavandone vignette. Gli riesce meglio miscelare le due culture che lo attraversano esportando al sud Peara' e Bardolino in cambio di Sopressate, Caciocavalli e Taurasi. giannifalcone.vr@gmail.com

commenti (0)

*

Il tuo indirizzo mail non verrà pubblicato

Puoi usare questi tag HTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>