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Sabato 13 febbraio VeronaPolis si presenta ai cittadini con il manifesto La Verona che vorrei; nell’intervista l’architetto Giorgio Massignan spiega l’idea di città a cui sta lavorando con grande passione, fuori dai giochi di potere, ma entra anche nel campo minato della politica, specificando il ruolo dell’associazione in vista delle Amministrative 2017.

Sabato 13 febbraio alle 16, all’educandato statale Agli Angeli, l’associazione VeronaPolis presenterà alla cittadinanza il manifesto La Verona che vorrei. Tra i fondatori di VeronaPolis c’è Giorgio Massignan, già presidente dell’Ordine degli Architetti della provincia scaligera, con una breve esperienza amministrativa alle spalle nella Giunta Sala. Un anno fa avevano fatto notizia le sue dimissioni da presidente provinciale di Italia Nostra, realtà che aveva guidato per un trentennio.

– Giorgio Massignan, leggendo il vostro manifesto si ha l’impressione che VeronaPolis già assomigli più a una lista civica che a un semplice osservatorio…

«Escludo che VeronaPolis abbia lo scopo di diventare in futuro una lista civica; non posso dire che sia apolitica, ma è certamente apartitica. Si tratta di un’associazione con lo scopo di organizzare incontri periodici, fare partecipare attivamente tutte le persone che hanno tempo e voglia, e tenerle informate. È un osservatorio territoriale, nel senso che è costituito da persone che hanno competenze in questioni territoriali, urbanistiche, paesaggistiche e che elaborano proposte in questi ambiti. Se in futuro tra gli aderenti ci saranno altre competenze, potremo aprire ad altri temi di discussione».

– Qual è il vostro obiettivo?

«Far vedere ai cittadini quello che c’è dietro il velo dell’informazione cittadina e dietro quanto ci propinano i poteri locali, per capire quali meccanismi portano a determinate scelte di gestione della città. La forza di VeronaPolis è che non dobbiamo rispondere a logiche diverse da queste, essendo ciascuno di noi libero di dire ciò che pensa, a prescindere dal colore di chi ci amministra».

– I capisaldi della vostra proposta sono il blocco dell’espansione edilizia e la riqualificazione ecologica della città. Ma c’è ancora la possibilità di agire in questo senso senza fare i conti con i soliti “diritti acquisiti”?

«In Italia si è preferito evitare di emettere norme serie sul regime dei suoli, non volendo distinguere il diritto di proprietà da quello di edificazione. Con questa differenza, che c’è da anni in numerosi Paesi europei, sarebbe possibile evitare il vincolo dei diritti acquisiti. Ma se una Giunta esce dalle elezioni con un forte supporto da parte di coloro che hanno interesse a costruire, è ovvio che non vi saranno mai azioni in questo senso; davanti ai cittadini diranno che sì, ci hanno provato, poi si appelleranno alla scusa dei diritti acquisiti. Diritti che ci sono, sia chiaro: ma ci sono anche altri principi, come quello del suolo come bene comune. L’uso del suolo deve essere visto nell’ottica dell’utilità pubblica: se poi si rileva che servono case, ben vengano. Ma non sono bene pubblico le case che restano vuote…».

– Alcune proposte di Verona Polis sembrano rivoluzionarie e di difficile realizzazione. Non rischiate di diventare impopolari sostenendo l’espansione della zona pedonale e un ulteriore ampliamento della ZTL? E poi, dove sono le infrastrutture che potrebbero sostenere queste scelte?

«Le infrastrutture ad oggi non ci sono e il rischio di diventare impopolari è un eufemismo, perché si va proprio ad intaccare quelle che sono abitudini e presunte comodità della maggioranza dei cittadini. Ma il fattore più importante è la salute. Gli ultimi dati del ministero della Salute dicono che a causa dell’inquinamento atmosferico c’è un aumento del numero delle morti, e i due responsabili principali sono gli scarichi automobilistici e il riscaldamento domestico. Qui si tratta di fare una cosa che nessuna delle giunte precedenti, e non solo quelle tosiane, ha fatto: pianificare per fasi temporali ed economiche, dandosi obiettivi a medio e lungo termine, informando costantemente la popolazione. L’obiettivo immediato è evitare l’aumento dell’inquinamento atmosferico. Quali sono le zone più facilmente inquinabili? Le strade e i vicoli dove la gente vive, dove ristagnano gli inquinanti. Il primo passo è pedonalizzare la città antica, esclusi i residenti. Si può fare da domani: se non viene fatto, è perché ci sono lobby che hanno questo finto interesse a dire che ciò danneggerebbe gli affari».

– Il secondo passo?

«Risparmiare soldi ed energie e deviarli da progetti mastodontici e inutili. Penso al Traforo autostradale ma anche a questo maxibus che nasce già vecchio e inadeguato, ingombrante per gli spazi cittadini. Il nostro centro può essere attraversato solo da minibus elettrici, collegati a parcheggi scambiatori esterni, in rete con percorsi ciclabili. Si può certo pensare ad una tranvia che corra sulle arterie che hanno gli spazi per ospitarla, ad esempio attorno alle mura magistrali e sulle vie principali d’accesso. Una volta completata questa fase, ma solo allora, quando ci saranno le alternative ed un trasporto pubblico efficace ed efficiente, si passerebbe alla pedonalizzazione dell’intero centro storico – compresa Veronetta e le aree centrali dei borghi periferici –, e all’allargamento della ZTL a Borgo Trento, Cittadella, Valverde, San Bernardino e San Zeno».

– Sembra più facile a dirsi che a farsi.

«Ma esempi ce ne sono anche molto vicino a noi, come a Zurigo. Ovvio che ci deve essere una Giunta capace di mettere giù le carte per impostare questo lavoro in modo strategico, con una visione, per vincolare le giunte successive a portarlo avanti e a terminarlo. Questo è anche l’unico modo per permettere a ogni quartiere di recuperare vita e identità, che non possono essere date solo da dormitori e negozi. Devono esserci spazi per la socializzazione e questi possono sorgere solo nell’ambito di zone pedonali attrezzate dove ci siano luoghi per l’aggregazione. Altrimenti avremo sempre e solo anonime periferie anche a due passi dal centro».

– Centro che, secondo VeronaPolis, dovrebbe valorizzare le sue eccellenze aprendo a collaborazioni con istituzioni di fama mondiale. Ma i più importanti musei guarderebbero a Verona, dopo i tentativi andati a vuoto e la figuraccia di Castelvecchio?

«Ora come ora, la città non ha né volontà né forza di proporsi come eccellenza nel settore del turismo culturale: a meno che non crediamo veramente che il turismo culturale possa essere identificato con i grossi gruppi che seguono un palloncino per vedere falsi storici come la Casa di Giulietta. Per poter impostare e avere un ruolo importante nel turismo mondiale servono volontà politica e programmazione. L’ente lirico, ad esempio, dovrà essere profondamente rinnovato, l’offerta lirica e teatrale riprogrammata su tutto l’arco dell’anno, utilizzando tutte le strutture disponibili, sia per i veronesi che per i visitatori. Credo poi, che se ci fossero concorsi di idee internazionali, con regole chiare, e una Giunta che desse prova di voler imporre un cambio di registro sulla base di un preciso progetto, la fiducia internazionale verso il ruolo culturale di Verona tornerebbe. Penso all’ex Ospedale militare, ma la stessa logica potrebbe essere applicata per altri contenitori. L’obiettivo potrebbe essere la creazione di centri museali per esposizioni di capolavori mondiali, con laboratori collegati con scuole e università internazionali, in grado di attirare e ospitare studenti e ricercatori da tutto il mondo. Questo non sarebbe un museo statico, ma un centro di aggregazione per una serie di soggetti legati ai settori dell’arte e della cultura».

– Purtroppo, esempio dell’esito di un concorso è l’Arsenale…

«È vero. Ma se le risorse, già poche, servono solo per coprire le spese chieste da un’archistar… Il bando dovrebbe avere precise linee guida, con obiettivi, limiti e paletti chiari. La base di tutto, ed è questo che manca ad esempio nella Giunta Tosi, è che quello che si vuol fare deve essere espressione della volontà della popolazione veronese: non si può sempre lasciar carta bianca al privato, o alle star che partecipano. La carta bianca l’avranno, ma nei limiti di una rete posta dall’Amministrazione pubblica, nell’interesse pubblico».

– Una cosa non si trova nella vostra proposta, l’aspetto economico: nella duplice accezione di idee per l’economia veronese e di modalità di finanziamento degli interventi.

«Dalla nostra proposta complessiva dovrebbe uscire una città con poli culturali e di ricerca forti, che facciano di Verona una città di livello internazionale. Le prime novità dovrebbero essere i nuovi servizi ad alto valore aggiunto a supporto delle eccellenze presenti nel centro storico. Ma non c’è solamente il centro. C’è, ad esempio, anche la ZAI, con la Verona artigianale e industriale in difficoltà. Adesso, come la sta progettando la Giunta Tosi, la zona si sta delineando come una sequela di centri commerciali che si cannibalizzeranno tra loro, senza far impennare l’economia locale e portando una serie di disagi che asfissieranno del tutto i quartieri e la Fiera».

– Ecco, a proposito di Fiera…

«… guardi, noi stiamo rischiando di perdere manifestazioni di rilevanza mondiale come Vinitaly, che ha già minacciato di spostarsi in altri lidi se non gli verrà messa a disposizione una serie di servizi. Non mi pare che Tosi abbia fatto qualcosa per dare spazi vitali alla Fiera. Prima cosa è dare possibilità all’ente di espandersi, ma con servizi e parcheggi e facilità di ingresso, con un supporto fondamentale del trasporto pubblico. Un secondo punto è collegare gli eventi fieristici con una serie di iniziative da realizzare diffusamente nel territorio, nelle sue eccellenze, in rete con esercenti ed albergatori. E oltre la Fiera c’è la Marangona».

– Come, la Marangona? Ma non ci andrà Ikea?

«La Marangona potrebbe diventare quel polo d’innovazione in cui credo ancora, un polo in cui attirare società e industrie che lavorino sulle più avanzate tecnologie e processi industriali, collegati in nuove filiere con le realtà esistenti. È ovvio che questi soggetti non vengono per nulla, ma se si pongono condizioni economiche e di servizi molto favorevoli si possono attirare facilmente. Far morire la Marangona con un ulteriore grandissimo magazzino, oltre al quale non si potrà far altro, significa fare scelte miopi. Fare un parco tecnologico significa invece dare il via ad un nuovo processo di sviluppo. Certo, ci vuole un bravo maestro d’orchestra che coordini tutto, ma Verona non può basare la sua economia e il suo futuro su un unico settore».

– Cosa crede direbbero le associazioni di categoria?

«Purtroppo a Verona ho sempre visto realtà associative molto refrattarie a qualsiasi cambiamento, chiuse, con la paura ancestrale che qualsiasi modifica della struttura tradizionale possa toccare in qualche modo il loro portafoglio. Non ho visto categorie imprenditoriali illuminate, che potrebbero anche guidare il cambiamento perché consapevoli che tutti possono guadagnare nell’innovazione. Sono invece conservative e arroccate sull’esistente, con il timore esasperato che il cambiamento possa danneggiarle. Questo è molto negativo e credo sia uno degli ostacoli che Verona ha avuto in passato, ha tuttora, e secondo me avrà ancora per qualche tempo».

– Perché le vostre proposte non restino lettera morta serve un referente che le porti avanti, o no?

«Il nostro referente è la gente. Noi scriviamo e organizziamo incontri perché essa possa farsi un’idea di come potrebbe essere Verona. Siamo disponibili a parlare e collaborare con tutti. Se il M5S mi chiama per avere delle informazioni, io gliele do; come le darei al PD e alla lista Tosi, se me le chiedesse per motivi non demagogici. La nostra realtà è uno stimolo a tutti coloro che sono interessati a un diverso modo di pensare la città. Il tentativo è allargare sempre più quella fetta di popolazione, e conseguentemente di elettorato, che chiede alla politica non la prebenda, ma più qualità urbana, servizi, verde. Solamente facendo un opera di informazione corretta nei confronti della città c’è la speranza di fare queste cose».

– Ma se VeronaPolis non diventa una lista, e Massignan non si vuole candidare, chi sarà il vostro interlocutore?

«Ho già detto in tempi non sospetti che io non voglio candidarmi, ma che sarei disponibile a farlo solo nel momento in cui le forze cittadine, dal centro alla sinistra, si aggregassero su un progetto ben definito, su una lista civica nata senza interferenze dai partiti di Roma, con obiettivi chiari. Il che è come dire che Massignan si candiderà quando il sole inizierà a girare attorno alla Terra».

– Continuiamo il ragionamento per assurdo: se Massignan fosse sindaco di Verona…

«…per prima cosa ingaggerei un pool di professionisti che possano favorire la raccolta di risorse economiche; che vadano a Bruxelles ad illustrare i nostri progetti e a cercare fondi per finanziarli, e che vadano dalle più importanti imprese europee e mondiali che vogliono investire in Italia a convincerle a farlo a Verona, sulla base di un progetto definito. Al di là dei se, credo sia fondamentale che un’associazione come VeronaPolis possa avere e mantenere la libertà di esprimere una serie di ipotesi ed elaborare progetti che siano di stimolo per il futuro della nostra città».

Francesco Premi

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Il progetto di VeronaPolis

Francesco Premi

L'autore: Francesco Premi

Francesco Premi – laureato in Scienze Politiche e in Geografia e Processi Territoriali – entra poco più che ventenne nel mondo del giornalismo, prima come stagista per un quotidiano trentino, poi come capo redattore in un settimanale veronese, dedicando particolare attenzione alla cronaca amministrativa, alle politiche territoriali e all’economia locale. Successivamente è per dieci anni Export Area Manager di un’importante azienda veronese. Attualmente lavora presso Habitech – Distretto Tecnologico Trentino, dove si occupa della promozione di servizi per l’innovazione e la sostenibilità in campo edilizio ed energetico. Tali esperienze gli hanno permesso di sviluppare importanti rapporti con soggetti economici, scientifici e culturali di rilevanza internazionale. Divide il suo tempo libero tra viaggi (con la famiglia), sport (alpinismo, nuoto e corsa), e ricerca (storia e geografia militari). Ama visceralmente – spesso chiedendosene il perchè – la sua città, e cerca con accanita curiosità in ogni angolo del pianeta “buone pratiche” da raccontare, importare e impiantare a Verona. f.premi@tin.it

Commenti (2)

  • Marcello Toffalini
    Marcello Toffalini Rispondi

    Come intervistatore non ti conoscevo: un vero molosso, in grado di evidenziare le positività dell’intervistato ma anche di snidarne il punto debole. A beneficio suo, dei lettori e della rivista.

  • Giorgio Montolli
    Giorgio Montolli Rispondi

    “La città che vorrei” dovrebbe essere anche la città dell’inclusione, delle reti sociali, dove chi è in difficoltà e non è ricco possa avere un futuro dignitoso. Le città non sono fatte solo di cemento, ci sono cuori che battono. Da leggere e da condividere l’articolo di Gianni Falcone – complementare, a mio avviso, al messaggio di VeronaPolis – se ci sta a cuore non solo la questione dei disabili, ma anche il grado di civiltà dei nostri quartieri. Leggi qui:
    http://www.verona-in.it/2016/02/07/dopo-di-noi-serve-un-approccio-diverso/

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