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Gli investimenti esteri sono positivi in un Paese in forte crescita, ma nel caso dell’Italia sono un segnale di debolezza non essendo sufficientemente controbilanciati da investimenti di gruppi italiani nel resto del Mondo.

E così anche Riello, un altro fiore all’occhiello dell’industria italiana, passa in mani estere. Non è una buona notizia, perché troppe ormai sono le aziende italiane della meccanica, dell’agroalimentare e della moda, acquisite da grandi gruppi multinazionali. Tecnicamente queste acquisizioni vengono definite IDE (Investimenti Diretti Esteri) e piacciono al nostro premier Renzi che vede positività nel fatto che le nostre aziende siano “appetibili”. Gli investimenti esteri sono positivi in un Paese in forte crescita, ma nel caso dell’Italia sono un segnale di debolezza non essendo sufficientemente controbilanciati da investimenti di gruppi italiani nel resto del Mondo.

Ricordiamoci anche che gli IDE sono in realtà un debito privato verso l’estero, e come tutti i debiti vanno remunerati e ripagati. La UTC (United Technologies Corporation) che ha acquisito circa il 70% del Gruppo Riello, e quindi il controllo totale, non è venuta a fare beneficienza, ma affari, grazie al valore tecnologico di Riello, alla fetta di mercato già pronta, ed al marchio “Italia” che nel mondo ha un suo prestigio.

Ci auguriamo che UTC si comporti lealmente, rispetti i patti, mantenga e magari migliori il livello di occupazione, ma sappiamo come spesso va a finire: si comincia con una ristrutturazione aziendale con minaccia di licenziamenti, per finire con accordi per limitare l’esodo dei lavoratori e contratti di solidarietà, che è una bella parola, ma vuol dire in pratica meno diritti e minori stipendi, come la vicenda Electrolux insegna. E poi c’è sempre il costante ricatto dello spostamento della produzione in un altro Paese.

Ma cosa è successo agli industriali italiani? Dove è finito il miracolo italiano e l’intraprendenza delle nostre imprese? Siamo davvero diventati un popolo di grigi sfaticati non più capaci di competere nel mercato?

Forse nel caso specifico di Riello e Ferroli ci sono stati investimenti sbagliati, forse azzardi finanziari o forse il cambio generazionale familiare che non ha aiutato, ma forse c’è anche dell’altro. L’Italia ha perso dal 2008 ad oggi il 25% della sua produzione industriale, un “terremoto” per il quale sarebbe un insulto all’intelligenza dare la colpa alla corruzione, all’evasione fiscale od al cambio generazionale.

Non si può ignorare che la moneta unica europea, a partire dal 1999, ha allineato e congelato i cambi tra i Paesi della zona euro impedendo le naturali e salutari fluttuazioni. Non si può ignorare che abbiamo una moneta con un valore di cambio troppo alto per l’Italia, che si traduce in difficoltà per i nostri imprenditori ad esportare, e convenienza invece ad importare beni che altrimenti avremmo prodotto in casa.

Ricordiamo che la Germania per prima ha sforato dal 2002 al 2005 il limite del deficit pubblico del 3% con aiuti di Stato alle proprie imprese per ridurre il costo del lavoro (riforme Hartz), conseguendo un vantaggio competitivo grazie al quale, e ad una moneta molto favorevole, ha inondato l’Europa di prodotti tedeschi soffocando le economie vicine.

E mentre viene impedito al’Italia (ma permesso alla Francia) di sforare il limite del 3% del deficit pubblico, la Germania continua a sforare da ben 8 anni il vincolo del saldo delle partite correnti, aggravando così lo squilibrio commerciale europeo.

Questa Unione Europea è ben lontana da sogno dei padri fondatori, ed appare sempre di più come un incubo, con Paesi vincolati alla stessa moneta ma in concorrenza fra loro, dove le regole non valgono allo stesso modo per tutti, e dove mancano meccanismi compensativi, tipici di una Unione, per i Paesi più in difficoltà.

Non stupisce quindi che tante imprese italiane abbiano chiuso o siano state acquisite da multinazionali straniere, ed è un miracolo che nonostante tutto, pur tra mille difficoltà l’Italia sia ancora in piedi, grazie a tanti imprenditori e lavoratori che con sacrificio e sofferenza resistono e non si arrendono. Ma non potrà durare ancora per molto.

Il premier Renzi cosa dirà alla cancelliera Merkel nel prossimo incontro?

Non è più tempo di fare i compiti a casa, e mentre il sogno europeo si è già infranto, è ora di fare gli interessi economici dell’Italia, quella vera, quella che lavora.

Claudio Toffalini

Claudio Toffalini

L'autore: Claudio Toffalini

Claudio Toffalini è nato a Verona nel 1954, diplomato al Ferraris e laureato a Padova in Ingegneria elettrotecnica. Sposato, due figli, ha lavorato alcuni anni a Milano e quindi a Verona in una azienda pubblica di servizi. Canta in un coro, amante delle camminate per le contrade della Lessinia, segue e studia tematiche sociali e di politica economica. toffa2006@libero.it

Commenti (1)

  • Giuseppe Braga

    La crisi del Gruppo Riello nasce da molto lontano e le ragioni sono le stesse che hanno indotto il settore manifatturiero prima a “delocalizzare” ( Madonna che parolona, direbbe Pozzetto) e poi a trasferire le produzioni altrove, in particolare dove il costo del lavoro e inferiore. Fra queste ragioni vi sono una tassazione che nel corso dei tempi ha raggiunto livelli da primato mondiale, nata dalle menti perverse dei vari governi che si sono succeduti nel corso degli ultimi 50 anni: IVA, INPS, IRPEF, ILOR, IRAP, ed altre tasse e balzelli che incidono sul costo del lavoro, aggiunte a IMU, TASI, SISTRI, ed altre imposte nazionali, regionali e comunali costituiscono oltre il 150% dei costi “improduttivi” che gravano sul prodotto. Credo che Renzi non centri per niente perché questa situazione se l’è trovata. Certo, potrà semmai tentare di porvi rimedio.

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