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Le critiche del giurista Paolo Maddalena e dell’urbanista Paolo Berdini ai modelli economici e culturali che hanno guidato le politiche dell’ultimo ventennio.

Fa un certo effetto, ritrovarsi in una sala gremita del fior fiore dei professionisti della nostra società (avvocati, architetti e ingegneri), ad ascoltare parole certamente ispiratrici, ma sicuramente inconsuete in questo contesto. E’ accaduto venerdì 27 novembre al Convegno Urbs Capta, due testimonianze su città, territorio e beni comuni, nell’Aula magna del Silos di Ponente, presso il Dipartimento di Scienze Economiche dell’Università di Verona. L’incontro era organizzato dall’Ordine degli Architetti della Provincia di Verona, dall’Ordine degli Ingegneri di Verona e Provincia e moderato dall’architetto Anna Braioni.

I due relatori, il giurista Paolo Maddalena e l’urbanista Paolo Berdini, hanno dipinto uno scenario a tinte fosche, circostanziando ogni argomento e puntando il dito verso le storture di un sistema corrotto e finalizzato al solo arricchimento, completamente dimentico del bene comune. Entrambi hanno fatto più volte cenno al fallimento dei modelli economici e culturali che hanno guidato le politiche economiche di questo nuovo ventennio (1994-2015), concordi che lo sfacelo è già in stato avanzato.

E tuttavia non è mancata la speranza che, come abbiamo ascoltato in altre occasioni, si riassume nella raccomandazione di riprendere in mano le deleghe a governare, impegnandoci in prima persona nei processi decisionali che riguardano la vita della comunità. Se dovessimo riassumere con una parola il sentimento dominante, la cifra comune che i relatori hanno voluto trasmettere, dovremmo usare resistenza, nella sua accezione storica attiva di partecipazione consapevole finalizzata al cambiamento.

Secondo Maddalena il vero “nemico” è nei poteri forti legati al mondo della finanza. “Nemico” è il pensiero dominante, il pensiero unico neo-liberista, che dobbiamo trovare la forza di individuare e denunciare. Se una volta il ciclo economico era costituito dai passaggi finanza-prodotto-finanza, adesso il percorso è cambiato: il prodotto non c’è più, manca il legame del denaro con il valore dei beni e il bene è diventato il debito (ciclo finanza-finanza). La ricerca del massimo profitto ha inoltre comportato un cambiamento antropologico. Oggi conta la finanza, che però causa impoverimento collettivo e accumulo della ricchezza nelle mani di pochi.

La ricchezza finanziaria è fittizia, ma le leggi recenti favoriscono le azioni finanziarie, scellerate, anche per gli enti pubblici. Le più comuni sono: acquisto del debito, trasformazione del debito in titoli commerciali (negoziabili in borsa), vendita di questi titoli, ammissibilità dei derivati (titoli tossici), cartolarizzazione dei crediti, cartolarizzazione degli immobili da vendere (cioè non ancora venduti), privatizzazioni (poste, ferrovie, società energetiche e servizi essenziali). Tutto questo è contrario alla nostra Costituzione. Tutte le leggi varate negli ultimi anni sono contro la Costituzione, contro il concetto di bene comune, contro il principio di uguaglianza (e contro la libertà), ma i giornali e i mezzi di comunicazione non denunciano, i cittadini non si informano e non leggono (la maggior parte guarda solamente la TV), nessuno ne parla, i politici mentono. In realtà il debito non è dovuto ai costi dello stato sociale, ma all’aumento dei tassi di interesse, decisi dal mercato. Non è una crisi, è una menzogna; è una nostra sottomissione a un sistema finanziario fasullo, basato sui debiti e quindi vuoto.

Nel suo intervento Berdini ha stigmatizzato le leggi criminose e criminogene di questi anni (una per tutte la legge “Obiettivo”), ricordando che troppo spesso abbiamo ceduto al ricatto per il quale «non si poteva fermare l’economia, non si poteva interrompere il flusso virtuoso che genera lavoro». Oggi abbiamo le prove che non era vero. Ci hanno raccontato altre menzogne sul fatto che le città in gestione al privato sarebbero state belle, efficienti e funzionali, e così non è stato. In verità, in 6000 anni di storia delle città (una piccolissima porzione del nostro orizzonte di Sapiens), mai la città è stata interpretata in modo così poco inclusivo. Certo ci sono stati periodi in cui la gestione è stata affidata a gruppi ristretti, ma da questi periodi abbiamo anche riportato testimonianze artistiche di indubbio valore. La visione privatistica odierna, invece, porta solo tanto male, con la complicità degli amministratori, in un’identità sostanziale di destre e sinistre. Per un po’ il sistema ha anche funzionato, ma a partire dal 2008 si è bloccato, per sempre. E la gente che ha coscienza critica oggi si organizza e si riunisce (è stato calcolato che in questi anni sono sorti oltre 10.000 comitati), principalmente non con lo scopo di tutelare interessi privati, ma con quello di preservare il bene comune.

Ricostruzione, quindi, per la quale occorrono tre ingredienti: 1) cultura delle classi dirigenti; 2) capacità e bravura degli specialisti (progettisti, architetti, artisti); 3) disponibilità di risorse economiche. Per il primo punto siamo in attesa che l’Italia dei comitati e dell’impegno civile esprima qualche figura di rilievo. Per il secondo punto non è difficile capire (lo dice guardando la platea dei molti giovani professionisti intervenuti) che c’è una classe professionale nuova, che ha introiettato lo sfacelo della generazione precedente e ha le capacità e la passione per cambiare. Sul terzo punto non ci sono dubbi: è ora che lo sperpero di denaro pubblico destinato alle grandi opere (dall’Expo al Mose, alle Olimpiadi…) finisca per sempre. Le risorse devono tornare ai progetti di ricostruzione delle città, perché città moderne, efficienti e funzionali, sono la vera risposta ai problemi del futuro (un esempio per tutti, Londra, che sta pianificando il futuro in modo esemplare, con l’occhio attento al vero benessere dei cittadini).

Luciano Lorini

 

Commenti (2)

  • Come non concordare con i relatori ?
    I fatti, la realtà che ci circonda parlano di questo.
    Ci sono tuttavia un paio di punti che vanno ulteriormente evidenziati.
    Il primo: i movimenti, partiti, forze, che hanno avuto (a parole) come riferimento la nostra costituzione ed in particolare i principi egalitari e di dignità dell’individuo, quiescenti, non hanno saputo aprirsi al cambiamento, arroccandosi su posizioni anacronistiche di difesa di certe ideologie e retoriche, soprattutto occupandosi, come prima esigenza politica, della salvaguardia e mantenimento in vita (politica) delle intoccabili leadership locali e nazionali.
    Il secondo: la presenza dirompente nello scenario politico non solo della piccola e grande finanza (deindustrializzante e desertificante) ma anche di piccole e grandi lobby (vedasi fondazioni) che hanno costruito a “destra” ed a “sinistra” le “architetture” predatorie di istituzioni, economie pubbliche, servizi istituzionali, infine territori interi, con la complicità succube di chi da questi ambiti è stato generato e “messo in politica”.
    I nomi, le organizzazioni, i luoghi in questione sono noti a tutti; Verona, di questo distruttivo “sistema” ne è un esempio tipico e più che emblematico.

  • GiorgIo Chelidonio Rispondi

    Come non condividere i giudizi negativi espressi chiaramente dai due relatori ?!
    Ma una domanda speculare sorge immediata: dov’erano, dove sono stati negli ultimi 20-30 anni quel” fior fiore dei professionisti della nostra società (avvocati, architetti e ingegneri)” (e aggiungerei anche la “intellighenzia” a libro paga dei partiti e delle loro consociazioni) ?
    In quali salotti culturali o quali talk-show (locali e/o nazionali) esprimevano la loro indignazione per il progressivo degrado amministrativo e politico? E quali mete frequentava lo “arrangiantropus veronensis” : ecomusei o gli onnipresenti wurstel-party di “Riketto assessor al banchéto” ? Neppure i “facitori di mostre” e i loro consociati hanno mai provato a contraddire il “main tream” di questo trentennio.

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