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Per gli under 35 l’agricoltura è una strada tutta in salita: in Italia dal 2010 al 2015 il 27,4% dei giovani ha dovuto chiudere l’azienda, a Verona nei primi 6 mesi del 2015 ha abbandonato l’attività il 4,8%.

«Boom di giovani che tornano in campagna», «Non finisce gli studi per dedicarsi alla pastorizia», «Ritornano gli antichi mestieri». Sono solo alcuni dei titoli che capita di vedere sui giornali o in molti programmi televisivi che la domenica raccontano l’agricoltura. Un’agricoltura molto bucolica, spesso romantica, che fin dagli anni ’80, quando debuttò nei piccoli schermi il film cult di Renato Pozzetto, Il Ragazzo di Campagna, propone un modello che però è lontano dalla realtà.

Non porto camicie a quadri, non canto e non ballo sull’aia, non bevo dal fiaschetto di paglia – anche se il buon vino non lo disprezzo – parlo l’inglese e, per programmare l’attività in campagna, mi affido più ai software che alle lune o ai calendari della nonna.

Fuori dagli spot la verità sulla vita del contadino è certamente più vicina a quella che emerge dai dati di Unioncamere, aggiornati a luglio 2015, raccolti e consultabili sul sito del Registro delle Imprese Camera di Commercio.

Soffermandoci sui valori inerenti la panoramica giovanile, la fotografia è la seguente: dal 2010 al 2015 in Italia le aziende agricole gestite da under 35 che hanno chiuso sono 17.828 pari al -27,4 % del totale. Volendo zoomare sulla provincia di Verona il valore non si discosta e rispetto al 2014 il primo semestre 2015 registra sul nostro territorio un +4.8% di aziende agricole under 35 che hanno dichiarato la cessata attività.

Un altro titolo che spesso si legge, riguarda l’aumento dei giovani alla guida di imprese agricole. Purtroppo anche sotto questo profilo Verona conferma un triste primato: le aziende sono vecchie, guidate al 72% da under 60 e solo un 4.8% registra titolari sotto i 35 anni. Questi valori, si sposano con una media nazionale, ce confermano l’Italia come il Paese europeo con il più alto tasso di difficoltà nell’effettuare il ricambio generazionale. Ricambio che poi non avviene, perché quando il figlio eredita l’azienda, nella maggior parte dei casi solo alla morte del padre, questo o ha già intrapreso un’altra carriera oppure l’azienda è già fallita.

Ultimo titolo che vorrei confutare è il rapporto tra l’aumento di iscritti a facoltà universitarie di tipo agricolo, con un forte ritorno alla Terra. Queste iscrizioni infatti, non portano a nuove imprese agricole, anche perché il grande problema in Italia è l’accesso alla terra, oltre che al credito, difficoltà che oggi rendono impossibile adun giovane partire da zero. Questo può avvenire solo in qualche programma della domenica, verso l’ora di pranzo.

Nell’anno accademico 2014-2015, rispetto all’anno precedente sono crollate dell’8.9% le iscrizioni ai corsi di Tecnologie e Scienze Agrarie, pure Scienze Alimentari registra un calo del 17.5%. Unico corso che regge è Produzioni animali con un incremento del 7.8%.

Oggi Verona ospita aziende agricole che producono di tutto, viste le caratteristiche geologiche e climatiche, che rendono la nostra provincia davvero unica. A Verona troviamo coltivati dai cereali al mais, dalla bietola ai foraggi, dalla vite all’olio, dal riso al radicchio, dalla pesco al kiwi; nelle stalle la zootecnia è rappresentata da vacche da latte, da carne, da galline e polli, dai conigli ai cavalli.

Una agricoltura che però si sta trasformando sempre più, si sta innovando, a partire dalle stalle. Oggi l’alimentazione delle bovine da latte avviene in un carro miscelatore, dotato di bilancia e computer, analizzando proteine, zuccheri, fibra. La mungitura avviene in moderne sale, dotate di impianti informatici, che attraverso la tecnologia del vuoto, mungono la vacca senza alcuno stress, monitorando i parametri qualitativi del latte, al fine di garantire al consumatore la migliore qualità. Questa tecnologia la si riscontra in qualsiasi stalla oggi voglia reggere questo mercato, sempre più globalizzato e non sempre concorrenziale, viste le logiche spietate che lo regolano.

L’iinovazione tecnologica è entrata anche nei nostri campi, dove ormai sempre più aziende, specialmente quelle gestite da under 35, vedono l’installazione sui trattori, di impianti satellitari che permettono di lavorare conoscendo la superficie su cui si opera, determinando un minor spreco di carburante. Questa tecnologia sta determinando una agricoltura sempre più sostenibile e capace di intervenire in maniera mirata sui vari problemi. E’ finita l’epoca dei diserbi scellerati e non pianificati.

Innovazione è anche – e in questo Verona è leader in Italia – sapere scegliere nuove coltivazioni, studiare il mercato assecondando una tendenza che fino pochi anni fa era inimmaginabile. Si pensi al basilico, se ne trova di più a Verona che in tutta la Liguria, la stevia, il ritorno al girasole e alla canapa, solo per citare alcuni esempi.

Oggi l’imprenditore agricolo, così come lo definisce l’articolo 2135 del codice civile italiano, è una figura che racchiude in sé molte professionalità: per avere successo deve esser agronomo, fitopatologo, economo, meterologo, analista di mercato, manager, burocrate, perché oggi le conoscenze richieste sono maggiori rispetto a ieri. L’agricoltura è quindi un bel settore dove lavorare, non certo perché lo dicono i media, ma perché lo si percepisce dopo un solo giorno lontani dalla propria azienda.

Piergiovanni Ferrarese

Piergiovanni Ferrarese

L'autore: Piergiovanni Ferrarese

Piergiovanni Ferrarese è nato nel 1991 a Isola della Scala (VR), si è diplomato nel 2010 a pieni voti Perito Agroindustriale presso l'ITAS M.A. Bentegodi di Verona ed è laureando in Giurisprudenza con specializzazione in Diritto Agrario. E' socio e titolare nell'azienda di famiglia che conduce a Bonferraro (VR) con il padre Paolo e al fratello Mario. Si occupa dell'allevamento di vacche da latte razza frisona e di colture estensive a pieno campo. Piergiovanni è vicepresidente dei Giovani di Confagricoltura di Verona e membro del Comitato di Presidenza dei Giovani di Confagricoltura a Roma. href="mailto:pgferrarese@gmail.com">pgferrarese@gmail.com

Commenti (1)

  • Tutto vero, ma vero in modo esclusivo, nel senso che ciò che Lei illustra riguarda di sicuro la Provincia di Verona, forse quella di Mantova, e magari anche una parte del bresciano.
    Tuttavia, Lei si riferisce anche all’Italia, e in Italia esistono anche realtà fatte di agricoltura fittizia, ugualmente lontane e ignorate dai media, fatte ad esempio di coltivatori diretti divenuti tali senza la proprietà, titolari di contributi illegittimi, oppure di gente che si installa dentro poderi soggetti a vincolo di destinazione, al solo fine di rilevarne il valore immobiliare, valore che di solito nulla ha a che vedere con quello agricolo. Non so se questi soggetti sappiano usare il computer, oppure no, ma le assicuro che esistono e che, anzi, creano anche a livello giudiziario un andamento generalizzato tollerato e caldeggiato anzitutto da coldiretti.
    Poi esistono i contadini, quelli che curano la campagna, ancora; che puliscono i fossi, i boschi, che fanno il formaggio, ammazzano il maiale, e che sono anche muratori, fabbri, metalmeccanici, venditori, vinificatori, raccoglitori, cacciatori, etc.
    Potrà vederne, ad esempio, in Provincia di Campobasso, oppure in Sicilia, o nelle Marche. Loro non hanno campagne con vigneron che girano su quad, né aeroporti o coop vicine, né piscine blu con sfondi di cipressi stile crete-senesi, e non fanno roteare vino farmaceutico entro improbabili calici di cristallo. Di sicuro non hanno internet, e non programmano la semina con i software, perché magari il loro problema principale sono i sassi, più che altro.
    Come vede, esistono tante realtà non perorate dalla tv e dai media, e mi sono proposto soltanto di ricordarGliene alcune, dal momento che Lei le conosce di sicuro. Saluti

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