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Francesco Sollazzo da quattro anni è Presidente della Fraternità, l’associazione che offre sostegno morale e percorsi di riabilitazione per i detenuti.

Francesco Sollazzo da quattro anni è Presidente dell’Associazione La Fraternità costituita a Verona 48 anni fa da Fra’ Beppe Prioli del Convento di San Bernardino – dove tutt’ora la Fraternità ha sede – per il sostegno morale ai detenuti e alle loro famiglie, per accompagnare i percorsi di recupero, per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sul significato della pena e sui problemi del carcere.

– Il nostro Paese è stato ripetutamente sanzionato per il sovraffollamento. Oggi com’è la situazione? 
«La situazione in Italia è molto cambiata. Se fino a un anno fa contavamo fino a mille detenuti, contro una capienza teorica di quattrocento, oggi non abbiamo più quattro persone per cella da dodici metri quadri, ma siamo a circa cinquecento, con una situazione certamente più vivibile sotto tutti gli aspetti, anche quello della sicurezza. Questo grazie ai provvedimenti legislativi che consentono ai magistrati un maggior utilizzo delle pene alternative per i reati meno gravi, con affidamenti ai Servizi Sociali, arresti domiciliari, semilibertà, ecc. Devo dire che l’attuale ministro sta lavorando bene anche se potrebbe confrontarsi forse un po’ di più con chi, come noi, all’interno del Carcere opera da molto tempo».

– La società considera il recluso ai margini, con una etichetta difficile da cancellare. Quali sono le possibilità di recupero e reinserimento?
«Quelli che sono “dentro” sono gli ultimi degli ultimi: tossicodipendenti, etilisti, immigrati clandestini. Sono quelli che hanno le maggiori difficoltà sociali e il recupero può avvenire rendendo consapevole il detenuto del reato che ha commesso e del danno sociale arrecato, quindi la pena ha un senso se è orientata verso il recupero della dignità. Quindi è importante offrire la possibilità di un lavoro a fine pena. Su questo la Fraternità si impegna al massimo con Sprigiona Lavoro, favorendo l’accesso, grazie alla collaborazione di aziende e sindacati, ad una occupazione. Teniamo presente che nei soggetti che hanno seguito percorsi di questo tipo la recidiva è del 20%, mentre per le persone lasciate a se stesse la recidiva è intorno al 70%, con tutti i costi sociali ed economici che ne derivano».

– C’è stato di recente l’intervento di sistemazione della pavimentazione in piazza Bra, che ha visto l’impiego di cinque detenuti. Quali sono i vostri riscontri riguardo queste iniziative? Si tratta di interventi spot, oppure aprono a una reale prospettiva per il futuro?«Si tratta di iniziative che hanno una grande valenza. Dobbiamo ringraziare la dottoressa Margherita Forestan, garante dei diritti dei detenuti per il Comune di Verona, che ha dato impulso all’iniziativa, grazie anche al Progetto Esodo. Chiaro che c’è anche un problema di formazione professionale, perché anche per sistemare il cubetti di porfido ci vogliono competenze, perciò vengono svolti stage per preparare gli interventi che speriamo si intensifichino».

– All’interno del carcere ci sono molte associazioni che operano, c’è collaborazione?
«Il Progetto Esodo nasce proprio per rendere fattiva la collaborazione tra tutte queste realtà sotto l’egida di Caritas, proprio perché la Fondazione Cariverona decise allora di non concedere finanziamenti alle singole associazioni, bensì di concentrare lo sforzo su un’unica forte progettualità. Perciò all’interno di un progetto di rete ogni associazione ha il suo compito in base a competenze e capacità: il sostegno psicologico, l’area della formazione professionale, l’assistenza alle famiglie e così via. Devo dire che in tutti questi anni sia la direzione del Carcere di Montorio, sia il personale di sorveglianza della Polizia Penitenziaria, hanno sempre dato una grande collaborazione ed è anche grazie a loro che i vari progetti stanno portando a dei buoni risultati».

– Per il futuro?
«Finora la nostra attività si sono svolte essenzialmente all’interno della struttura carceraria ma ora dovremo un po’ spostarci all’esterno, proprio per assistere chi ha avuto pene alternative al carcere. Per chi resta all’interno partirà invece un progetto legato all’inter-cultura, visto che la popolazione carceraria è sempre più eterogenea, dal punto di vista etnico, religioso e culturale».

Lorenzo Dalai

Lorenzo Dalai

L'autore: Lorenzo Dalai

Lorenzo Dalai è nato a Verona il 14 ottobre del 1952. Si è laureato in filosofia nel 1976, è sposato con Marilisa e ha tre figli. E' stato responsabile dell’organizzazione aziendale di una catena di supermercati. Consigliere provinciale dal 2009 al 2014. Dal 1980 al 1988 Consigliere nazionale della Federazione Italiana Canoa Kayak, dal 2006 al 2007 Consigliere d’amministrazione di AMIA Verona Spa, dal 2008 al 2011 Consigliere d’amministrazione di AMT Verona Spa. Attualmente Consigliere comunale ad Erbezzo. mailto:lorenzo.dalai@gmail.com

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