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Massimo Cacciari
Massimo Cacciari

Cacciari richiama la tragedia shakespeariana proiettandola nel presente, dove il confronto tra potestas e auctoritas diventa la fotografia del nostro tempo, con politici che, diversamente dal passato, soffrono quella mancanza di autorevolezza che li rende fragili e inconsistenti.

Il professor Massimo Cacciari, questo l’habitus indossato nell’occasione, ci ha spiegato, a chiusura del Festival della Bellezza 2015, che la tragedia di Re Lear, scritta da Shakespeare quattro secoli orsono, non ha alcunché d’individuale e d’intimistico. Costituisce altresì una trattazione squisitamente politica, meglio di filosofia politica, il cui valore letterario consiste nell’aver tradotto in pathos esistenziale la temperie di un’epoca.

E’ la cifra che attraversa, seppur in diversa misura, ogni opera shakespeariana. I personaggi sono tutti negativi, anche quelli che in apparenza potrebbero sembrare buoni. Nessuno si salva e non c’è salvezza nella sua tragedia, cupa, plumbea come la natura che tempestosa incombe sulla scena. Tutto è esorbitante, eccessivo e quindi poco credibile: le situazioni, i sentimenti, i comportamenti. Quasi a sottolineare una frattura irriducibile di quell’umanità con la realtà del mondo che la circonda. Non si tratta però del pessimismo che accompagna la tragedia classica. Là domina anànke, la necessità che livella gli individui quando, posseduti da ǜbris, vorrebbero contrapporsi alle leggi della Natura che poi sono le stesse che ispirano la Polis. Là è soltanto il tutto a conferire senso alla parte che si riconosce in una armonia significante. La tragedia svolge sempre un’operazione riparatrice, nella misura in cui il soggetto non si vede separato dall’orizzonte che lo ospita e lo legittima. In Shakespeare l’individuo non trova neppure questa salvezza trascendentale. E’ solo, e l’unica cosa che pensa di fare non è unire ma dividere: il regno e le sue stesse figlie, obbligandole a gareggiare in un’adorazione paradossale del padre. Esige di essere amato soltanto in virtù di ciò che rappresenta. Una sorta di sacralità che in quanto tale dovrebbe ottenere cieco consenso. E’ la figura del sovrano investito dal potere divino che quindi, accanto alla potestas sull’amministrazione del regno, gode anche della auctoritas che gli deriva esclusivamente dal ruolo e non dalla sua capacità di ben governare. Un rispetto senza contropartita. Ed è proprio l’esaurimento politico di questa asimmetria tra governanti e governati, la fine dell’identificazione della potestas con l’auctoritas che costituiscono l’elemento tragico di Re Lear. E’ un’epoca che va al tramonto. Una morte senza resurrezione colpisce il protagonista che non riesce neppure a cogliere il senso effimero della finitezza. E’ il primo importante cedimento di quel fondamento immutabile, assoluto che abbiamo chiamato Dio e che per millenni ha sostenuto e giustificato la vita dell’uomo in tutte le sue manifestazioni. Con la modernità che sostituirà l’io a Dio, il potere, re od imperatore che sia, l’auctoritas se la deve guadagnare sul campo dell’azione politica giudicata sempre più severamente dai suoi sudditi e infine dai suoi cittadini.

Ma chissà perché Cacciari ha voluto parlarci proprio di Re Lear. Certamente Verona, il Teatro Romano c’entrano, ma forse non solo questo. Forse anche noi viviamo una situazione di transizione politica radicale, in Italia e altrove. Abbiamo abbandonato una classe dirigente che, al di là delle divergenze di posizione, certamente godeva di una sorta di “auctoritas laica” unanimemente ad essa riconosciuta, comunque si votasse. Pensiamo a Nilde Jotti, La Malfa, Moro, Berlinguer, Pertini e persino Almirante, solo per ricordare alcuni esempi nostrani. Per tanti anni chi sedeva in parlamento aveva il rispetto dei cittadini. Ora questo automatismo non solo è venuto a mancare, ma si è addirittura capovolto. E’ l’eletto che deve dimostrare di non essere una “canaglia”, nonostante il posto che occupa, meglio per poco tempo, perché non c’è da fidarsi. Non sappiamo però se il domani che ci aspetta sarà proprio un neo-illuminismo.

Paolo Ricci

 
Paolo Ricci

L'autore: Paolo Ricci

Paolo Ricci, nato e residente a Verona, è attualmente responsabile dell’Osservatorio Epidemiologico della ASL provincia di Mantova, nonché professore a contratto in sanità pubblica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. E’ autore/coautore di un centinaio di articoli scientifici pubblicati anche su riviste internazionali. Suo interesse prevalente è il rapporto tra ambiente e salute con particolare riferimento al rischio cancerogeno ed agli eventi avversi della riproduzione. Attualmente coordina, per conto della Associazione Italiana dei Registri Tumori (AIRTUM) ed in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), un progetto sui 44 Siti inquinati di interesse nazionale (SIN), finalizzato alla ricerca di associazioni causali tra danni alla salute ed esposizione ad inquinanti ambientali, oltre che alla individuazione di priorità per le bonifiche. Svolge anche consulenze tecniche in sede penale per la magistratura. corinna.paolo@tin.it

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