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di Giorgia Cozzolino

C’è stato un tempo in cui i veronesi dicevano “Andiamo in fiera” e non si dirigevano in zona industriale, a Verona Sud, area tanto discussa e sulla quale gli amministratori di oggi hanno grandi progetti, ma s’incamminavano, con al seguito mercanzie e animali, verso piazza San Zeno. Infatti, prima del dicembre del 1897, quando la Giunta comunale, deliberando la nascita della fiera cavalli, diede il via alla fondazione della fiera così come oggi la conosciamo, già un’anima fieristica pulsava nel cuore della città.
Nell’807 d.C. la piazza prospiciente la grande basilica intitolata al patrono di Verona fu la prima vera e propria sede della fiera. In quell’anno lo scambio di mercanzie e animali avvenne in occasione delle celebrazioni per la traslazione delle spoglie di San Zeno e, successivamente, si portò avanti l’iniziativa fino a trasformare l’incontro di compratori e produttori in una manifestazione con periodicità regolare. Dalle fonti storiche si può poi desumere che l’attività si evolse a tal punto che, solo duecento anni più tardi, l’area di San Zeno e delle vie circostanti cominciava ad essere insufficiente; così, quando nel 1049 le attrezzature fieristiche come poste, stazioni e casotti in legno furono distrutte da un furioso incendio, si provvide a ricostruire tutto a tempo di record e si spostò la fiera a San Michele Extra Moenia. La manifestazione cambiò nome diventando la “Fiera di San Michele in Campagna” e passando inoltre sotto la giurisdizione del convento delle monache Benedettine le quali esercitavano tutti i diritti dei “dazi” e dei “tolonei”.
Una sorta di evento speciale venne però organizzato nel 1187 nel piazzale antistante il Duomo, il Mercà Novo, una fiera che si svolgeva solo in occasione di importanti avvenimenti religiosi come ad esempio la morte di Papa Lucio II e la successiva elezione al pontificato di Urbano III. Ma si trattava per lo più di un mercato occasionale di merci varie che non ebbe lunga storia.
Nel 1216 c’è traccia di un nuovo trasloco nell’area di Campo Marzo dove la fiera rimase stabile fino alla metà del quattordicesimo secolo. Nel tragico 1630, dopo la grave pestilenza che colpì il Veneto e soprattutto Verona, il Senato della Repubblica Veneta istituì due fiere annuali di merci, una in primavera e l’altra in autunno. Si trattava di un apposito editto che puntava a dare un nuovo slancio all’economia indicando in Piazza Bra, nella Cittadella e al Pallone le postazioni per “casotti” e “poste” in legno per le manifestazioni fieristiche. Tutte costruzioni distrutte da un nuovo incendio nel 1712.
Fu solo nel 1722 che si pensò a realizzare un ambiente complesso e organizzato. Nell’area del Campo Marzo, tradizionalmente usata per la fiera di San Michele in Campagna, sorse un originale quartiere fieristico in solida muratura dove svolgere semestralmente le manifestazioni commerciali. Il progettista era lo stesso che nei medesimi anni disegnò il teatro Filarmonico per l’Accademia: Francesco Bibiena. Si trattava di un quartiere espositivo che ospitava circa 270 botteghe e che fu inaugurato dal rettore della chiesa di San Paolo il 28 ottobre del 1722. Era una struttura ispirata ai più avanzati concetti di funzionalità e proprio per questa sua peculiarità logistica, nel 1796, per l’invasione delle truppe francesi, fu adibito a caserma e scuderia.
Sempre nello stesso periodo la Repubblica Veneta decise di istituire, in antagonismo con quella di Genova, la fiera Internazionale dei cambi nell’intento di conquistare i principali mercati finanziari italiani ed esteri. Questo atto di espansionismo commerciale vide, ancora una volta, Verona come fulcro centrale. Le rassegne si svolgevano infatti ben quattro volte l’anno, nel palazzo che fu dei Conti di Sambonifacio, trasformato in una sorta di moderna borsa dove contrattare le valute delle principali piazze monetarie europee.
Un ruolo così importante e strategico non poteva certamente perdersi durante la dominazione austriaca ottocentesca e così la vocazione mercantile di Verona proseguì rafforzandosi con manifestazioni regolari fino al 1822. In quell’anno ogni attività fieristica si concluse per volere della reggenza austriaca che volle trasformare la città in una munitissima fortezza militare con massicce fortificazioni. Non c’era più tempo quindi per il commercio.
Dopo 44 anni, con l’adesione del Veneto al Regno d’Italia, Verona recuperò la propria vocazione mercantile e nel giro di pochi anni la città visse un rifiorire di attività. Tra queste, l’Accademia di Agricoltura, Commercio e Arti di Verona che nel 1868, festeggiando il centenario della fondazione, organizzò un’animatissima Esposizione Industriale Veronese.
Per tutto l’Ottocento però non si può effettivamente parlare di fiera perché le attività non avevano cadenza periodica. Fu solo sul finire del secolo, precisamente il 23 dicembre del 1897 che la Giunta comunale deliberò la costruzione del quartiere fieristico incaricando Gianni Grigolatti ed Eribrando Mantovani di seguire l’opera che fu portata a termine in soli tre mesi. Si trattava dell’area detta “Ortaglia del Biadego” zona che, come spiega Giuseppe Brugnoli nel volume 90 anni di Fiere a Verona – Storia e prospettive dell’agricoltura «si estende tra via Cappuccini Vecchi, la riva destra dell’Adigetto, la riva destra dell’Adige, lungo il lato nord dell’ortaglia, parallelamente alla riva dell’Adigetto». Contemporaneamente l’amministrazione comunale istituì la fiera semestrale di cavalli, l’antesignano di Fieracavalli, e, a corollario di tute le sezioni che compongono tale esposizione, venne realizzato anche il vasto Campo Sperimentale, nel quartiere di San Pancrazio, con annessa la mostra per l’Edilizia rurale, le case rurali e sezioni sperimentali di meccanica agraria.
Un altro salto di qualità avvenne nel 1930 quando fu costituito l’Ente autonomo per le fiere e la tradizionale manifestazione primaverile diventò ufficialmente l’Internazionale dell’agricoltura e dei cavalli entrando a far parte dell’Union des Foires Internationales (Ufi).
Così cominciò l’evoluzione della fiera di Verona che di anno in anno andò specializzandosi sempre più e ampliandosi a diversi settori collegati all’agricoltura e a tutto ciò che essa produce.
L’anno del cinquantenario, il 1948, rappresenta un’altra importante svolta: la cosiddetta Fieragricola viene trasferita a Borgo Roma, in un’area attrezza di tremila metri quadrati. Da qui in poi la storia è tutta in crescendo, un incremento tanto veloce quanto rilevante che ha portato Verona nell’olimpo delle manifestazioni fieristiche europee. Passando dalla nascita del Samoter, ovvero il salone internazionale delle macchine per il movimento terra, al celebre Vinitaly, inaugurato per la prima volta nel 1967, fino alle più recenti manifestazioni come Abitare il tempo (1986), Transpotec e logitec (1988), il Siab, salone internazionale dell’arte bianca (1990) e la Mostra internazionale dei Marmi (1992), si giunge al 1995 anno in cui viene costituita l’odierna Veronafiere International. L’azienda speciale per il servizi internazionali e la promozione fieristica aderisce inoltre, nello stesso anno, all’associazione mondiale dei World Trade Center conferendo così alla città un’aurea cosmopolita. Una natura fiorita in un secolo esatto di vita il cui germe però lo si ritrova fin dagli albori dell’identità veronese.

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